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La cura e lo sgombero. Corpi nei campi rom di Roma

Il rapporto con chi vive ai margini della società, come i gruppi rom, costituisce un banco di prova tanto per le istituzioni democratiche quanto per il concetto di cittadinanza. Basato su una ricerca nei campi rom di Roma, il libro di Lorenzo Alunni La cura e lo sgombero (Biblioteca di Antropologia medica, Argo) propone una cartografia dei punti d’incontro fra processi medici e processi politici, fra educazione sanitaria ed educazione securitaria, fra politiche della vita e ragione umanitaria. Un estratto dall’introduzione.

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Sgombero del campo Casilino 900 – foto di Lorenzo Alunni

 

«Prima che i corvi cominciassero a lanciarsi dalla cima degli alberi, con il loro rumoroso buongiorno, il dottore e sua moglie mettevano nella borsa garze, cotone, iodio e qualche strumento chirurgico. Aggiungevano anche qualche spilla di sicurezza, pezzi di tessuto e del sale per attirare l’attenzione degli indigeni e, al bisogno, per potersi procurare un pasto».

Sono parole di Elias George Marcus, medico del servizio sanitario coloniale francese in Africa orientale. Descrivono i preparativi prima della partenza per l’abituale giro di visite nei diversi villaggi in cui il dottore forniva le sue cure. Racconta ancora Marcus: «Oggi ho visitato molti malati. Non mancano le ulcere, i tumori, le cataratte e la lebbra. Ho supplicato la gente di venire, gli ho promesso la guarigione. Non mi ascoltano neanche!».

Il dottor Marcus e sua moglie rispettavano un preciso calendario di visite. Qualche decennio dopo, un’altra équipe medica seguirà un calendario simile: l’unità sanitaria mobile oggetto principale, ma non esclusivo, del libro La cura e lo sgombero. L’agenda di Marcus prevedeva tappe in villaggi di un paese colonizzato, in aree precarie e marginali rispetto a quelle in cui viveva il resto della popolazione; quella del personale medico di cui trattiamo, nei campi rom di Roma. Fatte le dovute distinzioni, possiamo permetterci di accostare l’attività di Marcus a quella del personale medico osservato nella ricerca in questione.

La parte più consistente della ricerca etnografica alla base de La cura e lo sgombero si è svolta in un’unità medica mobile abitualmente chiamata “Camper sanitario”. Ho preso parte alle sue attività tra il 2009 e il 2011. All’epoca, il Camper sanitario, promosso dalla ASL (Azienda Sanitaria Locale) in iniziale collaborazione con la sede locale dell’organizzazione Opera Nomadi, e tuttora attivo, prestava servizio soprattutto nei campi rom della zona sud e sud-est di Roma, secondo un calendario settimanale. Al momento della ricerca etnografica, l’unità vi si recava ormai da undici anni. Il Camper sanitario si presentava come un ambulatorio medico a tutti gli effetti. Vi operavano un medico, un’infermiera e un mediatore culturale, che si occupava in particolare della guida del mezzo.

A Roma, i discorsi pubblici sui rom si sono focalizzati principalmente su quattro aspetti: il loro nomadismo e la loro supposta incapacità di adattarsi a un “moderno” e sedentario stile di vita; il nesso con devianza e criminalità; il carattere di minaccia per la sicurezza urbana; l’interferenza dei rom con la quotidianità dei cittadini e la necessità di intervenire con specifiche politiche e azioni, a livello nazionale e locale. Guardando poi al contesto politico romano in particolare, si è gradualmente passati dal porre l’accento sulla “pericolosità” dei rom all’insistere sulla natura estremamente precaria delle loro condizioni di vita e di salute nei campi della città: una logica securitaria si è dunque trasformata in un’ambigua logica umanitaria. L’enfasi sulle questioni di salute dei rom, tanto nei discorsi quanto nelle pratiche, contribuisce a rendere più accettabili – se non invisibili – le misure sempre più restrittive adottate: un processo di medicalizzazione umanitaria di una logica securitaria.

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Opera di Gabi Jimenez

In questa situazione, il parallelismo fatto in apertura tra la medicina coloniale e l’azione sanitaria nei campi rom suggerisce alcuni spunti di riflessione. Se tuttavia prendere troppo alla lettera l’analogia tra le popolazioni africane soggette a colonialismo e i residenti di un campo rom nell’Italia contemporanea può apparire fuorviante sotto più punti di vista, potremmo allora limitarci a considerare la capacità che le metafore hanno di modificare il nostro sguardo e la nostra percezione di un dato oggetto, attribuendogli un nuovo significato che prima altri significati occultavano ai nostri occhi.

Eppure, procedendo in questo lavoro di ricerca, ci si accorge che l’intento metaforico non ne esclude uno direttamente analitico. Al contrario, la prospettiva coloniale assume un sorprendente livello di pertinenza nel suo esprimere quella duplice e ambigua connotazione umanitaria che ieri ammantava l’impresa medica entro l’impresa coloniale – sotto le spoglie di «missione civilizzatrice» – e oggi l’intervento sanitario negli spazi urbani marginalizzati e marginalizzanti quali i campi rom, magari sotto forma di «educazione sanitaria» o «orientamento sanitario». Ecco allora che una metafora fa emergere nuove domande e nuovi aspetti da esplorare, producendo, come scrive Gianluca Briguglia nel suo studio sulle rappresentazioni corporee da parte dei filosofi politici medievali e rinascimentali, «un orizzonte di senso che prima non c’era e una questione non più eludibile».

Del resto, le colonie rappresentano la creazione politica di strutture spaziali binarie di centro e periferia, di dominazione e dipendenza: le terre e i villaggi colonizzati rispetto alla nazione colonizzatrice, come i campi e le zone urbane marginalizzate all’interno di quella stessa nazione, pur senza spingersi a parlare di “colonialismo interno”. Peraltro, osserva David Forgacs, le immagini degli sgomberi dei campi e degli spostamenti forzati dei rom ricordano talvolta quelle di simili operazioni in alcune aree della città di Addis Abeba durante l’occupazione coloniale fascista. Dunque, in una prospettiva tanto coloniale quanto securitaria – nel caso degli odierni campi rom – cura e sgombero sono dimensioni più intrecciate che opposte.

Nella sua storia del Congo, David Van Reybrouck racconta come, nel periodo del colonialismo belga, lo Stato fosse impersonato prima in un funzionario bianco che chiede di sventolare la bandiera della colonia nei villaggi; poi in uno che arruola soldati e portantini; in seguito in un altro che viene armato per riscuotere le materie prime, e infine, nel 1919, in un aiuto infermiere che, nella piazza del villaggio, viene a tastare le ghiandole linfatiche del collo per verificare lo stato di salute. A partire dal 1918, squadre mediche composte da dottori belgi e infermieri congolesi cominciarono ad aggirarsi tra i villaggi per visitarne gli abitanti: «Lo Stato era l’ago sterile e brillante di una siringa che penetrava nella pelle iniettando qualche veleno segreto. Lo Stato si infilava, letteralmente, sotto la pelle». Il governo coloniale istituì anche un passaporto medico che attestasse le cure fatte contro malattie contagiose, come quella del sonno. Ma la popolazione era spesso convinta che gli aghi delle iniezioni venissero utilizzati dai colonizzatori per trasmettere le malattie e prolungare così la loro dominazione politico-militare e lo sfruttamento economico: la diffidenza verso i medici bianchi era profonda. A ben vedere, la storia del Congo e di altri paesi colonizzati ci mostra come la gestione altalenante della salute pubblica riflettesse le turbolenze politiche che caratterizzavano il rapporto con i colonizzatori.

L’accostamento con le politiche sanitarie coloniali è utile anche per cogliere come si differenzino le forme e le politiche sanitarie a seconda dei diversi gruppi di popolazione e dei territori. C’è poi una questione che lega in maniera significativa la dimensione morale e quella strategica, ovvero l’ideologia di missione civilizzatrice che sta alla base degli interventi sanitari. D’altro canto, il progetto di civilizzazione trova una delle sue prime espressioni proprio nell’educazione sanitaria.

Un altro punto fondamentale del parallelismo è dato dalla possibilità di osservare con maggiore efficacia, in contesti di memoria coloniale, la negoziazione tra gli interventi rivolti a un’intera popolazione e l’individualizzazione delle raccomandazioni riguardo i comportamenti igienici e sanitari, con una forma di sconfinamento nella sfera privata che, in contesti di cura emergenziale come i campi rom, assume forme specifiche.

C’è infine un paradosso strutturale: quello di uno Stato che offre delle cure ma al tempo stesso ammette condizioni di esistenza tali da produrre stati di salute oltremodo precari, i quali a loro volta rendono necessarie quelle stesse cure, in una circolarità che le pagine de La Cura e lo sgombero cercano di indagare.

I tratti di una vera e propria mentalità coloniale vengono alla luce quando si esaminano i programmi di cura umanitaria e statale, o la gestione da parte delle forze dell’ordine dei gruppi di popolazione in questione. È in questo senso che i campi si mostrano come cartine tornasole delle forme di governo e delle politiche attuali, così come, in modi e a livelli diversi, la storia della medicina coloniale ci mostra come le politiche sanitarie nelle colonie influenzassero quelle interne degli stessi paesi colonizzatori. Del resto, le prove vissute dal corpo attraverso la malattia ci parlano del mondo sociale spesso più in profondità di quanto non lo facciano altre manifestazioni mediate da approcci retorici e scelte morali: la malattia e la sua gestione si legano all’esperienza del mondo sociale e alle politiche della vita, gettando luce sulle loro basi esistenziali e rivelandone matrici, articolazioni e conflitti. Ne consegue che la sanità pubblica non può essere solo una forma imparziale di governo. Con le sue declinazioni di cura ordinaria, educazione sanitaria e così via, è anche una forma di produzione sociale d’identità e di alterità. È in tale prospettiva che La cura e lo sgombero si concentra su un caso di “sanitarizzazione” dell’esclusione e della riproduzione della marginalità di una minoranza.

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Opera di Gabi Jimenez

Il caso preso in considerazione da La cura e lo sgombero è quello di Roma, con tutte le specificità che il suo contesto urbano presenta sia in generale sia rispetto alle forme di presenza rom, ma anche con tutte le constatazioni più generali e generalizzabili che potremo ricavare dalla sua osservazione. Del resto, è proprio a Roma che si è prodotta la trasformazione del concetto di Stato che è in un certo modo il retroterra fondamentale dei temi al centro del libro in questione. Per accennare fin da subito di che trasformazione si tratta, diamo uno sguardo ad alcuni momenti della storia della città.

Nel 1628, l’ambasciatore fiorentino riferì ai suoi superiori che a Roma non c’era nessun ufficiale preposto alla Sanità pubblica. Ne era stupito. Venivano istituiti solo in caso di epidemia. Durante la peste del 1656-57, chi voleva entrare all’interno delle mura doveva esibire il proprio lasciapassare alla porta della città e farsi visitare dai commissari della salute. In quel periodo, a Roma erano attivi circa dodici dottori, uno per ogni diecimila persone, per un totale di circa centotrentamila abitanti. Facciamo un salto indietro: attorno al XV secolo, nella Roma medievale, molte delle funzioni pubbliche di tipo sanitario che lo Stato avrebbe assunto solo dopo l’Unità d’Italia erano svolte da congregazioni di cittadini, quali le “fratellanze”. Lo facevano per lo più per motivazioni religiose e di carità, e agivano soprattutto dove il governo non interveniva. Andiamo ancora più indietro nel tempo: Plinio il Vecchio scrisse che il primo medico di Roma si chiamava Archagathus e che vi arrivò nel 218 a.C. Era probabilmente il primo dei tanti medici greci a lavorare in quella città. Fu ben accolto e ribattezzato “Vulnerarius”, il curatore di malattie (ma, per i suoi metodi, il soprannome si trasformò gradualmente in “Carnifex”, il boia…). I medici provenivano principalmente dagli strati sociali inferiori ed erano il più delle volte schiavi affrancati. Dovevano spesso pagare somme di denaro per finanziare opere pubbliche quali la pavimentazione delle strade o erigere statue di culto in occasione della loro ammissione tra gli Augusti. La pratica medica era quindi direttamente legata allo sviluppo urbano.

Se è la Grecia classica ad aver prodotto gli avanzamenti più importanti in campo medico, da Ippocrate fino ai suoi successori del V secolo a.C., è a Roma, dove le conoscenze sul corpo facevano progressi relativamente modesti, che emerse un vero e proprio dispositivo sanitario. Potremmo quasi dire che le lezioni dei Greci furono messe in pratica dai Romani, come costruttori di sistemi igienici, di acquedotti, di terme, di latrine, e come organizzatori di servizi di cura. Per questo primato romano nella storia della Sanità pubblica ci sono tre possibili ordini di ragioni: il primo tecnologico e urbanistico, il secondo demografico. Ma è il terzo a interessarci di più: quello politico. Se è a Roma che sorse quel sistema di Sanità pubblica, è soprattutto perché, verso la fine del I secolo a.C., si era sviluppata una nuova concezione dello Stato: prendere in carico la salute dei cittadini era diventato parte delle prerogative e degli obblighi del governo quanto i compiti di difesa o di polizia. Fu una vera e propria mutazione della concezione di Stato e di cittadinanza.

Dopo questa fugace ricostruzione a ritroso, viene da chiedersi qual è l’utilità analitica delle corrispondenze stabilite tra gli elementi chiamati in causa in questa introduzione, dalla medicina coloniale fino alla constatazione storica della trasformazione del rapporto tra Stato e sanità avvenuto proprio a Roma. Muovendo da quelle corrispondenze, potremmo chiederci: se volessimo osservare oggi a Roma le mutazioni contemporanee dei concetti di Stato e cittadinanza attraverso il diritto alla salute, dove potremmo andare? In un campo rom. Non è né un paradosso né una provocazione: è quello che avviene nelle pagine de La cura e lo sgombero.

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