Insurrezioni / Segnalazioni

Per una critica del “cervellone in fuga”

Appunti sui percorsi centrifughi del lavoro culturale migrante da un punto di vista working class. Per smontare la retorica euforica della “fuga dei cervelli” in opposizione all’etichettatura che varrebbe solo per gli emigrati del Terzo Mondo.

La negritudine comincia dall’Ombrone
Luciano Bianciardi

A partire dal nuovo millennio si è diffusa una narrativa del precariato che ha raccontato le difficoltà esistenziali di una classe di lavoratori forse troppo generosamente definiti cognitivi. Era una narrativa che enfatizzava il disorientamento esistenziale di una nuova generazione di lavoratori, perlopiù definiti come “lavoratori precari”, ovvero lavoratori con contratti a breve termine, pochissime tutele, alta ricattabilità, bassa copertura sanitaria e pensionistica. Questa retorica tendeva a definire i precari come giovani, laureati, abituati a fare “lavoretti”. Era in parte fumo negli occhi. Negli anni si è visto che quei lavoratori non erano solo giovani e che i lavoretti erano diventati il lavoro di una vita. La questione generazionale, ormai, non c’entrava più nulla.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

La narrativa del precariato descrive i figli del ceto medio in veloce fase di precarizzazione. Racconta anche la fine del mito dell’ascesa sociale per i figli della classe operaia, un mito diffuso negli anni del boom economico. A ragione, queste retoriche denunciano alcune banalità di base: che i figli sono più poveri dei genitori, o che i lavoratori sono working poors che non riescono a comprarsi casa o a mettere su famiglia. Spesso il lavoro di questi precari non è altro che una ricerca del lavoro: là dove c’è il lavoro, si va; quando non si lavora, non si è disoccupati ma si lavora a cercare un lavoro (ad esempio, nella progettazione o nella ricerca di borse internazionali). Ne consegue una tendenza a vivere e a lavorare soggiornando temporaneamente in città sempre diverse, spesso in nazioni diverse, alla ricerca di una borsa universitaria, un contratto di docenza di 39 ore da spalmare su tre mesi, un tirocinio semiretribuito, un voucher e così via. Se vogliamo, questa condizione esistenziale è l’esempio di come il miraggio della flessibilità e del postmodernismo si sia trasmutato in un incubo. È l’eterno ritorno del Capitale alle condizioni di lavoro che nel dopoguerra l’estensione della produttività e delle lotte operaie sembravano aver destinato al dustbin della storia: il cottimo, il lavoro nero legalizzato, i lavori non retribuiti.

Uno dei punti di debolezza di questa narrazione (non faccio volutamente nomi di autori e di titoli, cercateveli da voi) è la difficoltà a storicizzare. Storicizzare significa creare una cornice storica di relazioni in cui si comprende la genealogia di un evento. Se non storicizzo, il precariato è un evento che da un giorno all’altro cade sulle spalle del povero lavoratore precario come una meteora, incomprensibilmente. Se storicizzo, esso assume un senso: si inscrive nel corso delle relazioni tra capitale e forza lavoro, laddove il boom economico, la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, la sconfitta dei movimenti dopo il ‘78, il riflusso degli anni Ottanta, il tentativo di divisione della classe operaia con la “cetomedizzazione” degli anni Novanta… tutto questo converge a dare un significato comprensibile al precariato, che diventa leggibile e interpretabile nella trama delle trasformazioni economiche e sociali della nostra società.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

La “fuga dei cervelli” è una delle “narrazioni tossiche” sulle emigrazioni dei giovani italiani (emigrazioni “italiane” che ormai superano gli arrivi dei migranti stranieri nello stivale, creando un saldo demografico negativo che si associa a un invecchiamento della popolazione residente). È una narrazione tranquillizzante e compiacente, alternativa a quella più disforica dei “bamboccioni”, che è stata subito stigmatizzata. “Bamboccione” era chi rimaneva, “cervello in fuga” chi partiva. Il cervello in fuga è in realtà una grossolana rappresentazione caricaturale: la caricatura enfatizza un elemento, in questo caso “il cervello”, per dare l’idea di un’emigrazione nobile di lavoratori cognitivi, da opporre agli emigrati stranieri (perlopiù definiti disperati o poveracci, se non criminali o terroristi). In realtà può anche capitare che la casa del genitore sia il punto di ritorno del cervello in fuga da un periodo di lavoro all’estero. Si può essere quindi allo stesso tempo “cervelli in fuga” e “bamboccioni”. O nulla di tutto questo, respingendo le etichette al mittente, o parodiandole con l’accrescitivo “cervellone”, come sto facendo adesso io, o cercando definizioni e forme d’essere più dinamiche e relazionali, più dense e conflittuali.

Tra le etichette semplificatorie del giornalismo, che cerca di affrontare in chiave generazionale un fenomeno che andrebbe inquadrato con gli strumenti dell’economia politica, c’è quella della cosiddetta “generazione erasmus”, termine-ombrello usato indistintamente per il caso Regeni (un ricercatore già laureato, torturato e ucciso in Egitto), la morte di Valeria Solesin durante i recenti attentati di Parigi e quella di un gruppo di studentesse in un recente incidente stradale in Spagna. Si tratta di una facile scorciatoia emotiva che non spiega ovviamente nulla dei fenomeni a cui si applica. La realtà è più complessa.

Da sempre l’economia spinge l’umanità a processi di sedentarizzazione e/o di traslocazione, in rapporto alle proprie esigenze di manodopera. Quando non è la guerra, è in genere il lavoro (o meglio: l’estrazione di forza lavoro) il principio che governa la mobilità dei flussi migratori. Questi spostamenti talvolta si scontrano con esigenze personali, sentimentali, familiari. Non è insomma tutto oro quel che luccica sotto la metafora del viaggio esistenziale perpetuo. E il lavoro culturale non è poi così diverso dal lavoro tout court. Nel conto bisogna inserire percorsi emotivi, estrattivismo, auto-sfruttamento, basse retribuzioni, difficoltà a distinguere tra le sovrapposizioni dei tempi del lavoro culturale (spesso domestico) e i tempi della vita familiare e relazionale. Tutto questo per dire che le formulette sintetiche non servono a nulla se non a fare confusione e che si rende necessaria una visione d’insieme per descrivere i processi di migrazione del lavoro culturale, le pratiche di sfruttamento, l’intrecciarsi di problematiche attorno a nessi di estrazione sociale e di provenienza geografica di questi lavoratori. Che poi sono lavoratori culturali che spesso vengono costretti dal basso reddito a fare anche lavori non culturali. Insomma, i confini sono tenui. Quel che rimane per assodata è la dipendenza dal salario e l’incapacità dei lavoratori a fare rete, a connettersi, a sentirsi classe, a tutelare collettivamente i propri interessi di parte.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

Sullo sfondo si agitano poi i processi di globalizzazione e di localizzazione, spesso isterici, e le pratiche di deterritorializzazione e riterritorializzazione. La stessa globalizzazione che ci spinge a giro per il pianeta, permettendo di apprendere lingue e conoscere culture diverse, produce al suo interno una spinta livellatrice verso l’esterno e una spinta autoritaria verso l’interno. La globalizzazione sta creando come effetto di rimbalzo nuovi nazionalismi e fascio-leghismi: mentre appiattisce le differenze tra Buenos Aires e Mumbai alimenta il culto delle radici e l’invenzione delle tradizioni. Per opporsi al livellamento, non bisogna costruirsi un io-corazza che si fa scudo di un’ideologia farlocca dell’autoctonismo (vedi i fascioleghismi). Bisogna concepirsi con uno sguardo d’insieme, sulla lunga distanza, inventando un nuovo internazionalismo dei subalterni, lottando contro i nuovi colonialismi, estendendo la solidarietà e le prassi di costruzione di nuovi percorsi di liberazione.

Dopo tutto questo, perché parlare ancora di Luciano Bianciardi? L’autore de Il lavoro culturale anticipa il lavoratore cognitivo dei nostri giorni, sulla carta e nella biografia. Anche perché i traduttori sono stati i primi, nel mondo dell’editoria, a essere esternalizzati. Il loro destino, via via che il neocapitalismo si è trasformato, terziarizzato, informatizzato e ristrutturato in rete, è stato seguito da una classe ingente di lavoratori. Quindi arriviamo a Bianciardi perché l’autore de La vita agra ci insegna a raccontare e storicizzare. A tessere fili. A legare relazioni di solidarietà di classe. Ti dice: quando sei a Bombay, cerca di parlare con gli operai indiani. Cerca i risciò wallah, i lavoratori delle cooperative che portano il cibo alla stazione di Churchgate, i contadini costretti all’emigrazione coatta. Come faceva lui, che a Milano aveva in cuore i minatori di Ribolla e ne cercava il volto tra gli operai di Sesto San Giovanni. Quando vai in Inghilterra, i tuoi alleati siano i nuovi operai, la nuova classe di proletari di un’industria di servizi terzializzati. Gli inglesi hanno un termine perfetto: working class, che noi traduciamo come classe operaia.

Foto di Ferruccio Malandrini

Foto di Ferruccio Malandrini

Ma quel termine è più significativo, ha un campo di denotazione più ampio del suo omologo italiano. Gli operai di oggi non lavorano solo nell’industria pesante o sempre meno, come ci insegnano il declino di città industriali come Taranto o Piombino. La nuova working class inglese è costituita da cleaner e da kitchen assistant. Tra di loro ci sono anche i lavoratori stranieri, molti dei quali laureati in fuga da università che non hanno offerto loro alcuna chance, spesso costretti a integrare le misere borse di studio con qualche ora da interinali, finendo a pulire gli ospedali o a servire un caffè da Starbucks o preparare una pizza da Pizza Hut. Fare il pizzaiolo in Inghilterra non ha niente a che vedere con lo pseudo-artigianato gastronomico 2.0 decantato da Farinetti e soci (e anche qui ci sarebbe tanto da smontare e discutere). È roba da nastro trasportatore, da operaio-massa di un tempo: devi assemblare delle unità congelate su una teglia (una base di pasta decongelata e spianata da una macchina), spalmare sulla pasta un cucchiaio di passata cinese, aggiungere della mozzarella italiana di dubbia qualità già tritata e congelata, qualche slice di prosciutto cotto olandese e un pezzo di ananas indiano messo in lattina a Shangai. Così fai una pizza inglese. Poi ti compri un tabloid che ti parla male dei lavoratori stranieri e dell’Europa ma non te ne accorgi perché leggi solo la pagina 3, da buon inglese.

Ecco, Luciano Bianciardi ci spinge a pensare il lavoro culturale come parte di un conflitto tra capitale e classe operaia. Dove la classe operaia di oggi è una working class che spesso lavora nei servizi e fa anche un lavoro culturale. Mentre il neocapitalismo è stato globalizzato e finanzializzato, ma sembra sempre più in cattiva salute. Bianciardi con le sue opere ci invita a raccontare quel conflitto con parole nuove, andando oltre le metafore logore del giornalismo banalizzante. Tipo quella dei “cervelli in fuga”.

In chiusura di questo contributo, allego 5 piccoli consigli preparatori a un soggiorno di lavoro/emigrazione/fuga:

_Calca il suolo delle periferie delle metropoli, che sono i luoghi per cui vale oggi quello che Luciano Bianciardi diceva un tempo delle province, ovvero che è qui che i fenomeni di trasformazione sociale si colgono in maniera più lampante.

_Chiediti perché gli europei sono definiti “ex patriate” e i migranti del cosiddetto terzo mondo vengono etichettati come “emigrati”, “poveracci in fuga dalla miseria”, etc etc. Non definirti “expatriate”, non considerarti in “diaspora” fino a quando qualcuno attorno a te stigmatizza i migranti. Siamo tutti parte di un esodo in corso nel divenire della specie umana. Non abboccare a chi divide tra erasmus vs migranti; locals vs foraigners; primo vs terzo mondo.

_Leggi la realtà e il viaggio con uno sguardo obliquo. Passa dalle porte strette (lo so, è un po’ evangelico), diffida dalle scorciatoie. Dopo aver preso una scorciatoia ad alta velocità, chiediti cosa ti stai perdendo rispetto al cammino irto di una passeggiata nel lungovalle.

_Entra nei panni degli altri ma conserva un po’ scetticismo libertario. Fai esercizio di relativismo eppure diffida dagli eccessi di culture, il culturalismo estremo è una nuova variante di razzismo.

_Frequenta le subculture popolari, qualsiasi sia la tua latitudine. L’internazionalismo working class è l’unica globalizzazione che non fa vittime ma scopre compagni di strada, dalle Ande a Oxford, da Grosseto all’Himalaya.

Infine, tieni a mente che viaggiare lavorando (e lo studio è una forma di lavoro) è una delle forme di osservazione partecipante più forte, è il sogno di ogni antropologo. Il viaggio di puro intrattenimento è un’esperienza che si diluisce nel tempo. Viaggiare per piacere distrae e diverte. Al contrario, il viaggio di lavoro trasforma le coscienze.

[Prunetti discuterà questo intervento sulle traiettorie del lavoro culturale sabato 2 aprile alle 17,30 a Follonica nella Pinacoteca Comunale in Piazza del Popolo, nel contesto della mostra Milano ’64 che espone le foto di Ferruccio Malandrini sulla Milano del boom economico e della “vita agra”]

 

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  • giorgio

    Sì ma quindi? a cosa serve dire che i cervelli in fuga sono lavoratori come i proletari migranti di un tempo o di altre sponde? Il punto dell’espressione “cervello in fuga” – mediatica ma efficace – è proprio quello di definirlo come lavoratore culturale. L’Italia è incapace di dare lavoro (o meglio di sfruttare) le sue teste pensanti, è questo il problema e l’espressione lo manifesta. Appiattire la questione dei ricercatori all’estero sull’emigrazione lavorativa non serve a capire il fenomeno. L’Italia non mette una lira nell’università e nella ricerca, è questo il problema del cervello in fuga.

  • Pingback: Cervelli in fuga e bamboccioni: stereotipi italiani del lavoro contemporaneo | il Taccuino dell'Altrove()

  • Alberto Prunetti

    @disqus_Yfx538F0Vn:disqus Stai ancora dentro alla cornice della retorica che mette i cervelli in fuga e isola i lavoratori culturali dal resto degli altri lavoratori. Il mio articolo cerca proprio di uscire da quell’angolo, dove è facile essere messi alle corde.

    La retorica dei cervelli in fuga è una retorica vittimista e nazionalista, che cerca di solleticare la frustrazione dei ceti medi rivolgendo il loro astio verso il basso, verso i nuovi migranti, i pensionati, i vecchi, quelli che hanno un lavoro sicuro, il parrucchiere, il bidello, gli stradini dell’Anas, etc etc.

    Il punto è che bisogna lottare per i diritti e non per i privilegi, per tutti e non per le presunte eccellenze, per la solidarietà dal basso e non per il merito.

    C’è un articolo bellissimo sul numero della settimana scorsa di Internazionale che dice cose simili alle mie e invita i giovani frustrati del ceto medio a scoprire “quello che la classe operaia ha sempre saputo”. Non saprei dirlo meglio dell’autrice, la femminista Laurie Penny. Cercatelo a p. 44 del n. 25 del 31 marzo scorso. Si intitola “Una generazione angosciata”. Spiega come si stia cercando di spingere i giovani frustrati della classe media a vedere le cose in maniera generazionale per far loro giocare il gioco della guerra contro i poveri, per allontanare i giovani “precari” laureati da una pericolosa alleanza con la working class (ormai composta anche da laureati). Purtroppo non lo trovo on line, ti trascrivo qualche passo, prova a cercarlo.

    “Per mantenere l’ordine sociale bisogna fare in modo che la classe media inquieta e insoddisfatta impari la vergogna e il sospetto. La vergogna, naturalmente, è quella di non far parte dei pochi fortunati la cui mobilità sociale non ha ingranato la marcia indietro, mentre il sospetto è quello verso chiunque sia messo peggio di loro, nel caso in cui l’autocommiserazione non basti a frenare la rabbia. Ed è qui che entrano in gioco gli attacchi spietati del governo contro i beneficiari dello stato sociale, i disabili, i malati mentali e gli immigrati. Non è mai stata una questione di bilancio. E’ una questione di salvare la faccia. La rabbia della classe media deve essere reindirizzata, indebolita, spinta verso la depressione e l’ansia, trasformata in ostilità verso i meno fortunati. Quando parliamo di rabbia generazionale (…) non dobbiamo dimenticare che è tutto un problema di classe e di aspettative di classe”.

  • Fred Cavermed

    Grazie mille per questa riflessione interessante sulla critica all’etichetta “cervelli
    in fuga”. In effetti ci sono molti spunti di riflessione da
    riprendre, con alcuni dei quali sono d’accordo, con altri no.
    È vero che l’etichetta “fuga dei cervelli” non è del tutto
    adatta a descrivere la situazione degli italiani che emigrano. Ma
    questo non significa che non esista un fenomeno di emigrazione di
    giovani italiani altamente qualificati, cioè laureati. Questa è una
    specificità importante e non trascurabile. La definizione «fuga dei
    cervelli» serve a rendere conto di questo tipo di emigrazione. La
    società italiana si è resa conto che esisteva un fenomeno di
    emigrazione di giovani laureati e che questa era una specificità:
    non si trattava più di un’emigrazione di braccianti, come quelle
    storiche. Il nome «fuga dei cervelli» è servito a far emergere
    questo problema.
    È anche vero che questi giovani si ritrovano molto spesso a fare dei lavori, in Italia e all’estero, che non sono all’altezza dei loro studi. È anche vero che questa emigrazione è spesso l’espressione di un declassamento, e questo è un altro elemento essenziale. La fuga dei cervelli somiglia sempre meno al
    percorso di un ricercatore che abbandona l’Italia per trovare un
    posto di lavoro fisso e ben pagato in un laboratorio europeo, e
    sempre di più al prolungamento di una precarietà iniziata in
    Italia.
    È vero che siamo tutti lavoratori, anche i lavorativi
    cosiddetti “cognitivi”(definizione che mi infastidisce un
    po’: un lavoratore non qualificato non usa il suo cervello?). Ma
    nello spazio Schengen, e comunque per cittadini europei con
    passaporti forti sul piano internazionale, emigrare non è la stessa
    cosa che per un cittadino europeo e per un non europeo: gli europei
    godono di una libertà di movimento molto più importante, mentre un
    non europeo ha molte più difficoltà (imposte, certo, da leggi che
    servono appunto a creare diverse classi di lavoratori). Questa è
    un’evidenza, ma è importante notare che la «working class» non è
    unica e indifferenziata: gli operai sono una cosa, i laovratori
    qualificati un’altra. Che le due classi sociali possano fare delle
    alleanze è un conto, ma confonderle nello stesso insieme di
    « working class » non mi sembra riflettere la realtà. Che aspiriamo ad un mondo senza classi sociali è un conto, ma non riconoscere che queste classi sociali oggi esistono mi sembra un errore. Su queste segmentazioni di classe si innestano anche i giochi delle nazionalità e delle migrazioni: il non riconoscimento dei diplomi di immigrati da fuori Schengen servono, per esempio, a creare masse salariali non qualificate. Insomma, dire che il lavoratore culturale fa parte della
    “working class” senza fare nessun distinguo mi sembra quantomeno
    riduttore… Ma forse ho frainteso il senso dell’articolo.
    È vero che bisogna fare un legame tra l’emigrazione italiana storica e quella odierna, pur facendo tutti i distinguo del caso e in una prospettiva
    storica.
    Una precisazione che bisogna fare rispetto all’espressione “fuga dei cervelli” è questa: non è detto che ad emigrare siano soltanto i lavoratori qualifcati, mentre i non qualifcati (non laureati) non emigrerebbero. Sarebbe comunque interessante vedere, sul totale degli emigrati dall’Italia (italiani e non) dagli anni 2000 in poi quanti hanno fatto degli studi elevati, quanti no. E il tipo di lavoro che fanno oggi. Esistono statistiche in proposito?
    Per quanto riguarda la questione generazionale, questa può servire a capire una frattura tra la generazione che aveva ancora accesso ad un impiego sicuro e stabile e quella che ha conosciuto il precariato. E questa frattura comincia a essere ormai datata: molti giovani di allora hanno ormai oltrepassato i quaranta e forse l’Italia dovrebbe rimettere i suoi orologi: la precarietà e l’emigrazione non riguardano soltanto una generazione, ma si trasmettono ormai da una generazione all’altra.
    Secondo me, poi, è un po’ difficile riuscire a tenere insieme tutte le tematiche
    dell’articolo: la fuga dei cervelli, il capitalismo, il colonialismo,
    il neoliberismo, Bianciardi, i cleaners (perché non parliamo di
    pulitori e la finiamo con questo inglese un po’ renziano?), la classe
    operaia, il lavoro culturale, le periferie… È vero che bisogna
    avere una visione globale e fare dei legami tra le cose, ma a volte
    rischiamo di perdere il filo.

    È anche vero poi che bisogna storicizzare. Ho provato a farlo rianalizzando la mia traiettoria di giovane emigrato italiano in un ottica
    storico-familiare, in un articolo che s’intitola Storia pubblica di
    un’ascesa sociale?, pubblica nella rubrica Solo andata, sul blog
    Quattrocentoquattro:

    prima parte
    https://quattrocentoquattro.com/2015/05/17/solo-andata-8/

    seconda parte
    https://quattrocentoquattro.com/2015/05/24/solo-andata-9/

    Grazie ancora,
    Fred

  • Alberto Prunetti

    @fredcavermed:disqus, non sto dicendo che dobbiamo considerare operai i laureati all’estero.Sto dicendo che bisogna formare la coscienza di una nuova classe, composta anche da working class laureati (ce ne sono a mansalva, me compreso) e ceto medio impoverito e radicalizzato nelle lotte sociali (per fortuna ce n’è tanto anche su questo fronte). Una classe che deve imparare a lottare come hanno lottato gli operai invece di lamentarsi come sa fare bene il bottegaio all’angolo. Che deve pensare in maniera solidale come facevano gli operai e non prendersela coi poveri aspettando l’uomo forte di turno come hanno fatto tanti impiegati. Questa classe, secondo Ciccarelli, potrebbe chiamarsi Quinto Stato, altri potranno chiamarla in altro modo. ma il punto è che che bisogna saldare le lotte dei working class e del cetomedio impoverito e precario. Perché le ansie e le frustrazioni del cetomedio storicamente hanno prodotto scenari nefasti. Tipo il “gentismo” che va di moda adesso e che mescola rabbia, indignazione e frustrazione e poi finisce nell’applauso all’uomo forte di turno.

  • Alberto Prunetti

    @fredcavermed:disqus, grazie per i link a 404. Li leggo con calma.

  • Adriano Martufi

    Caro Prunetti, come sottolineano anche i commenti precedenti mi pare Lei si accanisca un po’ troppo sull’espressione (senz’altro giornalistica e approssimativa) “cervelli in fuga”. Come molte altre formule, più o meno irritanti, anch’essa contiene una parte di verità e ha avuto degli indubbi meriti sul piano comunicativo (essi pure opportunamente sottolineati dagli interventi precedenti al mio): come già facevo notare all’amica Jop, infatti, una delle sue principali virtù è quella di denunciare il gigantesco sperpero di risorse di cui questo fenomeno è lo specchio. Lo ripeto, non dobbiamo dimenticare che la maggior parte di chi espatria sono persone nella cui formazione questo Stato ha speso per decenni, invano. Mi pare un argomento molto utile in chiave dialettica e capace di aggregare consenso (ammesso che tale esigenza sia ancora avvertita da chi fa politica – in senso lato – come la facciamo Lei ed io). Inoltre, pur non avendo dati alla mano mi pare innegabile che chi tende a espatriare non sia la working class in senso stretto ma persone appartenenti ai ceti medi e con elevato grado di istruzione. Né si può negare che, anche a causa della loro formazione, queste ultime sono le classi sociali maggiormente inclini alla mobilità. Per questo non trovo sorprendente il fatto che le vicende tragiche di Giulio Regeni e dell’amica Valeria Solesin siano diventati epitome del ceto e della generazione cui costoro appartenevano. Io credo che questi aspetti vadano adeguatamente problematizzati e non si possa ridurre tutto a “narrazione tossica” (espressione alquanto in voga nel vostro milieu ma che Lei, mi perdoni la franchezza, usa in questo caso davvero a sproposito).

  • Alberto Prunetti

    Adriano Martufi , La ringrazio per il commento, che è interessante. Non lo condivido ma lo capisco. Nel senso che se fossi parte del ceto medio, forse potrei esprimermi in questa forma. E del resto, non è un caso che gran parte delle mie considerazioni sono banalità comprensibili e scontate per chi è nato in famiglie che appartenevano ai ceti popolari e alla classe operaia. Detto così, saremmo ancora al muro contro muro, ognuno avrebbe ragione a casa sua e non ci muoveremmo un passo avanti nel dibattito.

    Non è quello che mi interessa, non ho scritto il mio articolo per rivendicare la nobiltà dei miei stracci.

    Voglio fare un passo avanti: quel che dico io è che la strategia di puntare sulle eccellenze, la meritocrazia e rimpiangere i soldi che lo stato ha speso per la formazione dei giovani (ne ha spesi di più per far la guerra ai poveri, mi creda), non porta a nulla, secondo me è fallimentare, è un suicidio strategico e dialettico.

    Detto questo, non voglio neanche che il ceto medio impoverito si infili le tute blu e si sporchi le mani d’olio, davvero non ho mai detto questo. Anch’io ultimamente mi sporco più per diletto che per reddito. Sto solo dicendo che forse è il caso di imparare quello che la classe operaia ha sempre saputo e che forse per il ceto medio può essere una scoperta bruciante: che i diritti non sono privilegi che si conquistano per il nome o per le amicizie del proprio padre ma per la disponibilità a creare legami di classe e a combattere per tutti, in maniera solidale.

    Per questo auspico un legame non solo tra i lavoratori culturali provenienti dalla classe operaia e quelli provenienti dal ceto medio impoverito, io pretendo che i lavoratori culturali siano disposti a lottare con i facchini della logistica, con gli addetti della ristorazione delle grandi catene, con gli immigrati che lavorano nelle campagne sotto il bracciantato. Da qui possono nascere nuove rivendicazioni. Creando alleanze che un tempo erano impensabili, perché la macchna dell’estrazione del profitto ormai è la stessa per tutti, dalle scrivanie ai campi, da Berlino al Salento. Tutto questo, sempre che il ceto medio sia disposto a imparare da quegli operai “scravattati” che forse qualcosa in passato son riusciti a strappare, in termini di lotte e conquiste sociali, alle istituzioni (qualcuno avrebbe detto: disposto a diventare giacobino). Ovviamente non si tratta di replicare forme di lotta del passato, sarebbe ovviamente anche questo fallimentare, ma di inventarne di nuove. A partire però da una memoria conflittuale e popolare.

    Per il resto, molto velocemente, aggiungo che sull’espressione cervelli in fuga, io rimango della mia idea ma ognuno ha sensibilità diverse. Io la trovo offensiva e caricaturale, perché tendo a pensare coi piedi, col cuore, col corpo. La percepisco riduttiva, insomma. Le formule retoriche valgono per il tempo che trovano ma si possono comunque criticare, come fa lei con l’espressione di “narrazione tossica”: credo di averla del resto usata una o due volte, ma non ho tempo per fare ricerche in proposito.

    Poi non sottovaluterei il numero di laureati che vengono da famiglie operaie o da ceti popolari. Mi creda, siamo tanti. Il grosso dei laureati che conosco io non vengono dal ceto medio, sono arrivati all’università grazie alle conquiste sociali che hanno permesso agli operai di mandare i figli all’università, producendo un’estensione dell’accesso agli studi che però è stata bilanciata da una contrazione dei diritti sul lavoro, delle prassi sindacali, delle resistenze contrattuali.

    Ma il punto qui non è fare a chi ne conta di più, se sono di più i figli degli imprenditori, degli impiegati o dei fornai. Il punto è capire se il ceto medio impoverito voglia rimpiangere la ricchezza dei genitori o lottare per il diritto al pane e alle rose, come hanno fatto generazioni di straccioni. Se voglia crogiolarsi nei rimpianti, alimentando la propria rabbia e frustrazione, o voglia imparare qualcosa dalle memorie operaie.

    Non è operai vs ceto medio impoverito. Sarebbe l’ennesimo divide et impera. Non sarò un operaio io nato da un operaio che nelle ferie faceva la raccolta delle ulive, né sarà probabilmente ceto medio il figlio del piccolo professionista che un tempo faceva la settimana bianca e il mare e che oggi collabora a progetto in telelavoro con qualche studio di architettura.

    Forse però, se ci riconosciamo nella stessa situazione, possiamo salvarci il culo collettivamente. O per dirla in maniera meno working class, possiamo lottare assieme per un mondo in cui i nostri figli possano studiare senza essere costretti a pagare e lavorare senza essere sfruttati.

  • Roberto

    @Adriano Martufi, utile una lettura della definizione di quinto stato: “universale condizione di apolidia in patria in cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali e condizione di extra-territorialità in uno Stato derivante dall’esclusione dai diritti di cittadinanza”. E ancora: “condizione incarnata in una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente. La loro cittadinanza non è misurabile a partire dal possesso di un contratto di lavoro, né dall’appartenenza per nascita al territorio di uno Stato-nazione poiché per questi soggetti si presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e l’attività professionale, l’identità di classe, la comunità politica e lo Stato. “italiani, migranti, appartengono alla comunità dei senza comunità. La loro è una cittadinanza senza Stato, poiché lo Stato non riconosce loro la cittadinanza”.

    Non mi sembra che questa sia una definizione”ecumenica” se ecumenico significa superare le divisioni, accettare le diversità; tendere a unire, a conciliare. Se dunque si vogliono usare categorie che non si conoscono, prima è consigliabile comprenderle, poi nel caso usarle. Grazie!

    @Alberto Prunetti il tuo articolo mi piace sia nella parte polemica (coglie un aspetto della retorica delle classi dominanti, lo decostruisce), sia nella strategia concreta politica. E’ un giudizio che, mi sembra, è formulato sulla base della sensibilità diffusa e su una forma culturale nascente in Italia. Ragioni sui recenti movimenti dell’auto-tutela che coinvolgono lavoratori autonomi, precari, prime forme nascenti di un’alleanza sindacale e politica. A questo si allude quando si parla di “nuovo” mutualismo . Questi movimenti chiedono garanzie e tutele sociali in un welfare universale che protegga il benessere collettivo e tuteli la persona lungo l’arco della sua vita. Il tuo articolo offre suggestioni operative, per questo lo trovo suggestivo. Da un’analisi tesa, ben strutturata del lavoro culturale formuli una proposta sulla pratica della coalizione tra il lavoro autonomo e precario e impoverito, così l’ha definita anche Sergio Bologna. L’opzione si fa strategica e sfida, coraggiosamente, la miopia e la tragica arretratezza culturale della sinistra e dei suoi sindacati. Più in generale: si dovrebbe trovare un filo per legare – in maniera aperta – le classi lavoratrici con l’associazionismo nascente nei ceti medi delle professioni. I primi segnali vengono, ad esempio, dalla carta dei diritti del lavoro autonomo e indipendente della coalizione 27 febbraio, elaborata da queste esperienze. A mio avviso bisogna sostenere e sviluppare, in queste e altre forme, questa sensibilità che segna una vera discontinuità rispetto alle culture di riferimento nei ceti medi delle professioni e del precariato “culturale”. E, se è possibile, intrecciarle con la politica poiché, in sé, sono già atti politici. Il tempo dirà se è questa la strada oppure bisogna cambiare terreno e sviluppare le proposte in altro modo. In entrambi i casi, credo che questo articolo abbia colto il problema. Grazie!

  • giorgio

    capisco il tuo punto e mi pare condivisibile. però trovo pericoloso il fatto di amalgamare la questione dei ricercatori con quella proletaria. c’è una specificità nella distruzione sistematica del sistema accademico italiano che dev’essere messa in risalto. e trovo sia indipendente da queste distinzioni di classe che fai, perchè oggi, se i ricercatori vengono soprattutto dalla classe media, è proprio a causa delle scarse risorse e prospettive che il mestiere offre.

  • Adriano Martufi

    Prunetti vi sono molte cose nella sua replica che non mi convicono: segnatamente ciò che trovo di una gravità inaudita è che lei associ alle logiche tecnocratiche basate sul merito la rivendicazione sacrosanta al diritto a un’istruzione pubblica e di qualità. I cervelli in fuga non sono i cervelloni: sono tutti coloro i quali è stato denegato il diritto a ricevere prestazioni in grado di promuoverne in maniere EFFETTIVA l’ascensione sociale. In questo, e solo in questo, risiede la pretesa a che lo Stato investa in istruzione e ricerca offrendo a tutti il diritto a vivere e lavorare nel Paese in cui si sono formati. Lei non se ne rende conto e il riferimento del tutto sconclusionato alla guerra ai poveri tradisce la fallacia del suo ragionamento. Tanti auguri.

  • Alberto Prunetti

    Mi sorprende la sua lettura, che è totalmente aberrante alle mie intenzioni e a quel che sono certo di aver scritto: io credo nella scuola pubblica, ma ovviamente sono critico riguardo alle politiche sempre più elitiste che questa realizza. Inoltre ho solo smontato il meccanismo dell’applicazione di un’etichetta giornalistica sulle spalle di tanti precari che hanno visto tradite dall’economia neoliberista che gli stati hanno messo in cantiere negli ultimi decenni le promesse che erano state fatte a tanti studenti e genitori in merito a lavoro, diritto all’istruzione e mobilità sociale. Tutto qui.

  • Alberto Prunetti

    Martufi, mi critichi per quello che scrivo, non è corretto inventarsi una caricatura delle mie parole e poi attaccare quella caricatura. Se provo a riflettermi nel suo commento, sembro la Gelmini.

  • Alberto Prunetti

    Se comunque può evidenziare, citando le mie parole, il passo in cui associerei “alle logiche tecnocratiche basate sul merito la rivendicazione al diritto a un’istruzione pubblica e di qualità”, sarebbe cosa gradita. Perché forse non sono in grado di esprimere i miei pensieri in italiano, dato che penso l’opposto di quello che lei ha inteso. (Quanto all’ascensione sociale tramite l’educazione, dovrebbe valere proprio per quei proletari che sono stati per anni esclusi dall’istruzione e che forse sfuggono ai suoi interessi. Che il ceto medio diventi aristocrazia, non era proprio lo scopo di Don Milani o Paulo Freire, per citarne due a caso.)

  • Alberto Prunetti

    @fredcavermed:disqus Ho letto (molto velocemente, purtroppo) la seconda parte del tuo scritto, che è molto bella e sento vicina. Meriterebbero le puntate di essere raccolte in un ebook.

  • Adriano Martufi

    Ecco la frase: “quel che dico io è che la strategia di puntare sulle eccellenze, la meritocrazia e rimpiangere i soldi che lo stato ha speso per la formazione dei giovani (ne ha spesi di più per far la guerra ai poveri, mi creda), non porta a nulla, secondo me è fallimentare, è un suicidio strategico e dialettico”. In questa frase lei associa i due termini di riferimento che sono al centro della mia critica: forse ho inteso male ma messa così sembra fare del “rimpianto per i soldi non spesi” (nella mia visione questa è semplicemente la rivendicazione a che lo stato mantenga le sue promesse di welfare e di vita buona, nessun rimpianto nostalgico) un corollario della narrazione sul merito e la razionalizzazione. Buona serata.

  • Adriano Martufi

    E comunque che l’ascensione sociale garantita dalla scuola e dall’istruzione pubblica passi attraverso la promozione delle eccellenze e del merito lo diceva (e lo dice) anche l’art. 34 Cost certamente non sospetto di derive tecnocratiche.

  • Marco Ambra

    @adrianomartufi:disqus Tralasciamo per un momento l’effetto alone che l’etichetta “fuga dei cervelli” produce su di noi, persone con un vissuto più o meno lambito dal senso di questa espressione, e concentriamoci sul fenomeno che pretenderebbe di denotare.
    Stiamo parlando di un fenomeno migratorio particolare, che interesserebbe una parte dei giovani laureati italiani esclusi dall’ascensore sociale (bloccato) del loro paese neofeudale?
    Ebbene, se di questo si discetta, allora, bisognerebbe prendersi la briga di argomentare la propria posizione. Oppure riconoscere che si tratta di una rappresentazione falsa, o quanto meno fondata su falsi presupposti. Mi limito ad elencarne tre:

    1) i “cervelli in fuga” rappresenterebbero una parte cospicua o un campione rappresentativo dei dottorandi o detentori di master, i “meritevoli”, la meglio gioventù… il rapporto Istat del 2015 (http://www.istat.it/it/files/2015/05/CAP-4-Rapporto-Annuale-2015-3.pdf) ci dice che questo fenomeno di “mobilità intellettuale” è in aumento rispetto al 2004 e al 2006, anni delle ultime indagini, soprattutto tra gli uomini, ma NON CI DICE che ha dimensioni bibliche. Quindi, la prima conclusione che possiamo trarre è cautela nelle generalizzazioni: non stiamo parlando di un esodo, né di una rappresentazione estendibile alla maggioranza della categoria presa in analisi.

    2) L’emigrazione italiana verso i paesi che attirano risorse umane nella ricerca è prettamente “mobilità intellettuale”, è cioè quella che con un’espressione malsana si definisce “emigrazione di qualità”. Anche qui ci troviamo di fronte ad una incauta generalizzazione, con una rappresentazione della realtà fatta a pareti stagne: siamo sicuri che i Giulio Regeni di turno (che dio lo abbia in gloria) non abbiano dovuto sommare alla “mobilità intellettuale” anche una più prosaica “mobilità manuale”? Che il dottorando di una prestigiosa istituzione accademica anglofona non farcisca nei weekend le pizze con l’ananas? La dicotomia lavoro manuale/lavoro cognitivo che investe questo tipo di discussione la dice lunga sul provincialismo delle nostre analisi, dove forse trafela un po’ di risentimento del ceto medio disilluso dall’ascesa sociale…

    3) La mobilità intellettuale dei cervelli in fuga ha come causa efficiente l’immobilità sociale del sistema paese, figlia a sua volta della paralisi delle istituzioni scolastiche e accademiche. Anche in questo caso non tralascerei il motto spinoziano “caute” – tipico forse del suo milieu Martufi- e guarderei con onestà allo stato attuale del nostro sistema di istruzione e formazione. Chiunque abbia avuto una minima esperienza di lavoro all’interno delle istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado sa bene l’enorme iato che quotidianamente si va scavando tra la “qualità” (bocca mia taci) dell’istruzione nei licei e quella degli istituti tecnici e professionali. Dove i livelli di dispersione scolastica e rinunciatarianesimo professionale dei docenti toccano picchi stellari. A chi le responsabilità? Dal mazzo non possiamo certo scartare le carte delle “riforme”, in particolare quella sull’autonomia (DPR 275/1999) e il “dimensionamento” della rete voluto dalla signora Gelmini. Per non dire della precedente riforma Berlinguer, dello spietato classismo della signora Moratti, e della friendly 107 del 2015. Tutte leggi emanate sull’onda della razionalizzazione ed “efficentizzazione” di un sistema d’istruzione da sempre lamentato come prebellico. Il vero Moloch, la trave fra le funi dell’ascensore sociale. Chiunque varchi la soglia di una scuoletta di provincia è conscio del fatto che l’autonomia finanziaria ha trasformato i DSGA in sommi padroni di ogni risma di carta dell’istituto. Unico bene, peraltro, contenibile fra i meritevoli paladini della didattica. La carta igienica, si sa, la comprano invece i genitori.
    Insomma, l’enorme spreco di risorse intellettuali di questo paese, non inizia certo quando un dottorando decide di andare a cercare fortuna a Londra, ma ha la sua scaturigine nella cattiva istruzione che – in nome del MERITO, della Qualità dell’istruzione, della Valutazione di sistema e dell’italica eccellenza – impartiamo ai marginali degli istituti professionali e tecnici. La fuga dei cervelli inizia in riva all’Ombrone.
    Quella per mete blasonate sarà piuttosto un problema dei liceali, che arrivati all’estero dopo un brillante percorso accademico in Italia, rivendicheranno MERITO, Qualità dell’istruzione, Valutazione di sistema ed esaltazione dell’italica eccellenza. E vai, con nuove riforme dell’istruzione!

    Sarò estremo nell’interpretazione. Il cervello in fuga, come Alberto mette meravigliosamente in luce nell’articolo, è la foglia di fico di un notabilariato impoverito e con poche prospettive di ASCESA SOCIALE. La rivendicazione ideologicamente meritocratica, in questo paese, è il suo canto del gallo. Martufi, mi perdoni se può, ma la prego, non ragioni come Martufello.

  • Alberto Prunetti

    No, ha inteso male e il contesto del Lavoro Culturale, che da tempo produce articoli che colpiscono in una precisa direzione, dovrebbe aiutare a disambiguare eventuali margini di ambiguità nelle mie parole. Con le quali stigmatizzavo le retoriche vittimarie auspicate dai giornali che non storicizzando certi fenomeni li trasformano in caricature di costume: la fuga dei cervelli, per fare un esempio tra tanti, ci rassicura e ci pacifica col sistema paese. Ci diciamo: “siamo italiani, scappano i laureati, belli, giovani e intelligenti”, “e a noi tocca farci carico di quelli che scappano dalle guerre”. Quando ormai dall’Italia invece scappano tutti, dai pizzaioli ai ricercatori fino a quelli che sfuggono dalle guerre nel Medioriente. E perché varrebbe di grazia più un ricercatore che un pizzaiolo? E siamo sicuri che un pizzaiolo non possa anche essere un promettente scrittore?
    Inoltre non credo alla retorica dei soldi spesi nella formazione, quando a partire dagli anni Ottanta lo stato, dopo due decenni di lotte che hanno aperto, grazie al conflitto sociale, dei percorsi di democratizzazione nell’accesso scolastico, ha cominciato a chiudere il portafogli, tagliando le borse, aumentando le tasse di iscrizione, spingendo gli studenti e le famiglie a non iscriversi più a onerosi corsi di studi di laurea e privilegiando una formazione a breve raggio finalizzata all’estrazione di forza lavoro. Lasciando l’accesso ai master a pagamento per i soli ceti medi-alti, sperperando denaro pubblico in costose regalie alle scuole private (dette anche scuole per ricchi o per duri, dalle mie parti). Finanziando le scuole di religione, le ore di religione, i prof di religione, ovviamente tutti cattolici.
    Detto questo, si potrebbe, storicizzando, tentare di collegare certi percorsi storici (accesso e apertura all’istruzione negli anni Sessanta-Settanta vs chiusura a partire dagli anni Ottanta) legando e intrecciando una sociologia dell’educazione pubblica con una genealogia della conflittualità operaia (’68, autunno caldo, stagioni dei movimenti fino alla marcia dei quadri della Fiat a inzio degli anni ’80 che segna il riflusso). Si scoprirebbero sorprendenti similitudini, a dimostrazione che c’è un legame, eccome, tra la storia delle genti basse e della sua conflittualità e le forme istituzionali del paese, a partire dall’istruzione. Era questo lo sfondo su cui si muoveva il mio articolo, per chi voleva intenderlo.

  • Adriano Martufi

    Bene, grazie del suo chiarimento e del cortese interessamento per le perplessità da me dimostrate. Arrivederci e ancora auguri.

  • Adriano Martufi

    Nessuno mette in dubbio le connessioni che lei evidenzia ampliando così bene il raggio dell’analisi. Molto si potrebbe dire anche sull’evidente legame tra ossessione valutativa e disinvestimento nel settore dell’Università e della ricerca (basti pensare alla scandalosa vicenda dell’ANVUR). Come avrà certamente inteso però qui si faceva più che altro questione di contenuti semantici da assegnare a questa o quell’espressione. E su questi, se me lo concede caro Ambra, si può legittimamente dissentire senza per questo essere tacciati di indegnità. E a questo proposito, quanto al paragone con Martufello, mi lasci dire che trattasi di accostamento così puerile da fare torto alla sua raffinata intelligenza. Le auguro sinceramente una buona serata!

  • Fred Cavermed

    Grazie. Stiamo riflettendo all’ebook in effetti. Intanto però stiamo anche preparando la seconda stagione di Solo andata, quindi cerchiamo nuovi collaboratori. Se vuoi proporre dei pezzi o proporre a qualcuno di farlo, fammi pure sapere (fred.cavermed@gmail.com).
    Per una sinstesi conclusiva della prima stagione: https://quattrocentoquattro.com/2015/12/20/latelier-del-pittore/

  • Adriano Martufi

    Buonasera. Chiedo scusa: ho cancellato i miei commenti perché, da un lato, mi è parso di aver suscitato reazioni un po’ stizzite e, dall’altro, perché ho avuto la sensazione che la discussione (anche, ma non solo, per via delle mie osservazioni iniziali) tendesse a virare troppo sul personale: ultimo atto il prescindibilissimo accostamento del sottoscritto con Martufello. Non sono abituato a ingaggiare querelles per via telematica e se in questa occasione sono intervenuto è solo perché l’argomento mi stava particolarmente a cuore. Lo scontro verbale mediato da internet però mi fragilizza molto emotivamente data la scarsissima possibilità di articolare una comunicazione su base empatica. Questo forse spiega la serie pazzesca di fraintendimenti reciproci che emergeva leggendo il nostro botta risposta e che in fondo non rendeva giustizia alle posizioni di nessuno. Tuttavia, anche se non credo che i miei argomenti avessero particolare pregio, mi dispiace avervi fatto perdere del tempo a rispondermi. Ringrazio in particolare l’autore per la maniera molto misurata con cui ha avuto la pazienza di replicare. Dal canto mio cercherò di non interagire mai più su questo e altri temi sensibili attraverso lo strumento di internet: lo lascio volentieri a chi ha più esperienza, intelligenza e nervi saldi di me. Arrivederci e ancora complimenti per il lavoro pregevole che fate con questo sito.

  • Alberto Prunetti

    Adriano, grazie per essere tornato. Dovremmo anche ragionare su come moderare meglio i commenti, evitando sia scatti d’ira che dibattiti con argomenti scivolosi. Ad ogni modo, il dibattito credo abbia arricchito l’articolo e i lettori. Imparare a stare dentro ai dibattiti senza frustrazioni è cosa che sento io stesso di dover ancora imparare ed è parte del lavoro culturale che stiamo tentando di costruire con questo e con altri progetti. Adelante, teniamo in altro i cuori, niente rancore.

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