Politiche del contemporaneo

Per una costituente migrante. Tra le frontiere marittime dell’Europa

Il 28 e 29 gennaio, presso il Centro Pompidou di Parigi, si è svolta Per una costituente migrante, un’assemblea di scrittori e scrittrici, poeti, artisti, giuristi, politologi e collettivi che si sono interrogati su quale tipo di comunità organizzare di fronte alla crudeltà delle esperienze della migrazione e della traversata in mare, un mare la cui giurisdizione è indubbiamente mortifera ma instabile. L’obiettivo è costituire una comunità migrante che metta in crisi i paradigmi identitari e securitari che contraddistinguono il presente di una parte di mondo in movimento, in diritto di movimento. Proponiamo qui uno degli interventi delle due giornate parigine, quello di Charles Heller.

 

Migranti

Babi Badalov, Me Grant He Grant, 2015 (galleria Jérôme Poggi, Parigi)

Sono contento di essere qui e di partecipare a un’esperienza come questa, di cui abbiamo grande bisogno. Dopo l’“estate delle migrazioni”, in cui i migranti sono riusciti ad aprire collettivamente quelle frontiere che erano chiuse da tempo, eccoci all’“inverno delle migrazioni”, una fase di chiusura, segnata dall’aumento del livello di violenza esercitata e tollerata. Il freddo, dopo il deserto, dopo il mare, è venuto in soccorso ai tentativi di dissuadere i migranti. Di fronte a questa nuova violenza, alle violazioni i cui responsabili non sembrano nemmeno più cercare di nascondersi, anche i militanti più esperti sembrano disarmati. Riaprire il campo delle possibilità è allora un’urgenza, per i migranti e le migranti, per chi li sostiene, anche solo per poter respirare in superficie prima di venire ricacciati di nuovo nelle acque tumultuose delle lotte del presente, ma almeno con un po’ più di forza, spero.

Mi piacerebbe incominciare proiettando un estratto del nostro video «Tracce Liquide», che offre una sintesi della nostra ricostruzione della «left to die boat», l’imbarcazione rimasta alla deriva per 14 giorni nella zona di sorveglianza della NATO al largo della Libia, nel 2011 e di cui solo 9 dei 72 passeggeri sono sopravvissuti. La nostra ricostruzione è servita da punto di partenza per diverse azioni legali depositate da una coalizione di associazioni contro gli stati implicati nell’intervento militare in Libia, azioni legali che sono ancora in corso. Questo caso esemplifica la violenza delle frontiere contemporanee, e la condizione di deriva permanente che questa violenza riserva ai migranti “illegalizzati” e precarizzati.

 

 

Dopo l’interazione con questa nave da guerra, la deriva dei passeggeri è continuata ancora per giorni. Sulle coste libiche sono arrivati 9 superstiti. L’indifferenza di tutti gli attori – tra cui i militari erano i più potenti al mondo – di fronte alla sorte di queste persone designate come indesiderabili, le ha condannate a una morte lenta, inflitta da un mare le cui acque, fonte di vita che permette di connettere il mondo attraverso la navigazione, si sono trasformate in un liquido mortale.

Questo caso è il primo che abbiamo documentato nell’ambito del progetto Forensic Oceanography, prima di fondare insieme a diverse associazioni la piattaforma Watch the Med, che cerca di restituire alla società civile gli strumenti che abbiamo iniziato a sviluppare per esercitare un diritto allo sguardo collettivo nelle frontiere marittime dell’Unione Europea. Nel nostro progetto abbiamo compiuto gesti metodologici fondamentali: in primo luogo ci siamo riappropriati dei mezzi di sorveglianza usati dagli Stati per controllare le frontiere marittime europee e li abbiamo reindirizzati contro quegli stessi Stati, per controllare il controllore dell’immigrazione. Successivamente abbiamo tentato d’inserire nella geografia politica del mare le tracce che abbiamo potuto reperire. Contrariamente a quanto si crede di solito, il mare non è né uno spazio di libertà assoluta né di non diritto. È uno spazio-frontiera. Non una linea, ma una superficie, una superficie che non separa due Stati, ma tutti gli Stati che si affacciano sul mare. Nessuno Stato vi può avere una sovranità esclusiva, ma tutti vi esercitano diritti e doveri parziali che si sovrappongono. Questa forma particolare di sovranità condivisa rende possibile una forma di governo mobile, attraverso la quale gli Stati possono sia estendere il loro potere in mare con le pattuglie, sia ritrarsi dalla loro responsabilità, come abbiamo visto nel caso della «left to die boat». Dovevamo capire e cartografare questa geografia politica per potervi reinscrivere le responsabilità degli Stati.

Conflitto di mobilità e cittadinanza trasgressiva

In mare il potere degli Stati si esercita in maniera particolare, e ciò dà luogo a contestazioni. La natura internazionale di questo spazio ha portato a forme transnazionali di mobilitazione. Questo spazio-frontiera è prima di tutto messo in discussione dal movimento dei migranti, attraverso l’esercizio di quella mobilità di cui si nega loro il diritto. I migranti illegalizzati dalle politiche restrittive degli Stati rifiutano gli arresti domiciliari a loro riservati e la loro messa al bando dal mondo. La dimensione inestricabilmente razziale e di classe di questo bando non può sfuggire a nessuno. Esclusi dall’accesso legale al territorio dell’UE, e quindi dall’accesso a mezzi di trasporto sicuri, i migranti allestiscono un’infrastruttura di mobilità parallela, che è molto più precaria ma che permette loro di circolare, soprattutto a bordo di imbarcazioni di fortuna. Esclusi dalla definizione delle politiche che li riguardano, loro «votano con i loro piedi», per riprendere l’espressione di Hirsman, e lo fanno non solo contro quei regimi autoritari da cui scappano, contro società che giudicano oppressive e contro le forme di sfruttamento e di disuguaglianza che rifiutano, ma anche contro questo regime migratorio escludente e dittatoriale.

È per questo che vedo il movimento dei migranti illegalizzati attraverso lo spazio-frontiera del mare come una forma di esercizio della cittadinanza, una cittadinanza in azione, «dal basso»: i migranti contestano la maniera in cui si tenta di governarli, e formulano, attraverso il loro stesso movimento, le loro rivendicazioni di un regime migratorio che offra loro uno spazio di esercizio della loro libertà.

In questo senso, il mare è uno degli spazi assembleari della costituente dei migranti, che definisce le sue modalità di vita in comune attraverso i movimenti stessi dei migranti. Una costituente il cui testo si trova scritto direttamente sulla superficie del mare, come un atto e senza delega, ma che noi ci rifiutiamo di leggere.

Ai migranti, che contestano in questo modo i loro governi attraverso le loro trasgressioni dello spazio-frontiera del Mediterraneo, si sono uniti gruppi di cittadini solidali provenienti dalle due rive.

In prima battuta è necessario menzionare le forme di documentazione e di denuncia effettuate da diversi anni da United e Migreurop attraverso il conteggio e la cartografia dei morti in mare.

Dal 2011, una grande iniziativa intrapresa dai cittadini chiamata boats4people ha cercato di organizzare nuove forme di contestazione delle morti in mare. Le denunce nei confronti del caso «left to die boat» hanno avuto particolare risalto in tale contesto. Da parte loro, si sono mobilitate anche le famiglie dei dispersi, in particolar modo in Tunisia.

Dopodiché, sono stati documentati altri casi di violazione e soprattutto di mancata assistenza. Nel 2014, alcune associazioni parte del WTM, anziché cercare di identificare i colpevoli a fatti avvenuti, hanno preso il controllo di questa piattaforma come base per un servizio di SOS telefonico, attivo tutti i giorni, ventiquattro ore su ventiquattro, con il fine di sostenere i migranti durante la traversata e d’impedire il perpetrarsi di nuove violazioni. A tal proposito, il progetto costituisce una collettivizzazione dell’instancabile lavoro svolto autonomamente da Padre Zerai per diversi anni.

Ma affinché questo sistema possa contribuire a salvare delle vite è necessario che siano effettivamente presenti in mare dei mezzi di soccorso. Ma è proprio questo a essere stato rimesso in discussione con la chiusura dell’operazione italiana «Mare Nostrum». È allora in quel momento che si è sviluppata una vera e propria flotta di cittadini per soccorrere i migranti e denunciare le politiche di non-assistenza degli Stati.

Nel loro insieme, queste iniziative hanno trasformato il mare in uno spazio di sperimentazione di nuove pratiche di cittadinanza transnazionale che si dispiegano nello spazio-frontiera del mare per contestare il modo in cui il suo attraversamento è governato.

Malgrado queste iniziative esemplari, sono più di tredicimila le persone morte in mare durante gli ultimi tre anni: cinquemila soltanto nel 2016, l’anno con più morti fino ad oggi.

Tenendo conto delle traversate che continuano e dei primi naufragi di questo inizio d’anno, si prospettano diverse decine di migliaia di morti per il 2017.

È dunque quanto mai urgente lo sviluppo di nuove prospettive politiche alternative – da cui l’importanza di eventi come questo –, quanto lo è la lotta per imporre tali alternative. Intanto, mentre aspettiamo che i nostri Stati stabiliscano nuove politiche capaci di garantire l’accesso al territorio dell’UE, ci resta da fare solo una cosa: costruire, realizzare, attraverso tutti i mezzi necessari, quell’attraversamento sicuro delle frontiere negato ai migranti illegalizzati.

 

(traduzione a cura di Francesco Zucconi, Nicola Perugini e Lorenzo Alunni)

 

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