Politiche del contemporaneo

Contro-cartoline dal Giro d’Italia

Alcune riflessioni di Nicola Perugini sull’inopportunità di dare come vetrina d’apertura al Giro d’Italia un contesto di occupazione militare e di sistematica violazione dei diritti umani documentata ormai da decenni dalle principali organizzazioni non governative locali, internazionali e dalle Nazioni Unite.

La Gazzetta dello Sport ha recentemente pubblicato quattro «cartoline» da Israele firmate dal suo Direttore. Sono una vera e propria operazione di mistificazione del contesto in cui si è deciso di far partire il Giro d’Italia da Israele.

Partiamo dal titolo usato dalla Gazzetta dello Sport: Israele oltre le barriere. Delle “barriere”, il Giro se ne è praticamente infischiato. Anzi, ha rafforzato la legittimità di uno Stato che, con una “barriera” di cemento alta tredici metri e lunga centinaia di chilometri, ha espropriato ulteriore terra palestinese e legalizzato la costruzione di nuove colonie, dividendo palestinesi da palestinesi, spaccando intere comunità e famiglie, con il chiaro obiettivo di frammentare la popolazione colonizzata e indebolirla, sottoponendola a enormi sofferenze. La separazione forzata lungo linee etno-razziali si chiama apartheid, e il muro di Israele è stato definito «contrario al diritto internazionale» dalla Corte di Giustizia Internazionale. Israele oltre cosa?

Prima contro-cartolina. Si inizia con la celebrazione di Ben Gurion, che il Direttore cita con questo passaggio, una frase relativa al deserto del Negev, in cui il Giro passava: «Alla mattina mi sveglio e vedo alberi, come in Svizzera e in Scandinavia: li abbiamo piantati noi, uno per uno». Il mito della della terra desertica trasformata in terra fiorente è stato utilizzato da Ben Gurion e dagli ideologi del sionismo da insediamento per legittimare la pulizia etnica della Palestina e l’espulsione di metà della sua popolazione nel 1948, espulsione avvenuta sotto la supervisione dello stesso Ben Gurion, come messo in luce da numerosi studi e anche da storici sionisti come Benny Morris. 750.000 palestinesi cacciati dalla propria terra non sono stati un incidente di percorso, ma un piano preciso e sistematico messo in atto sotto la direzione dell’allora Primo Ministro. Forse questi piccoli dettagli sono sfuggiti al Direttore.

Seconda contro-cartolina. Il Direttore inizia con Gerusalemme «luogo santo delle tre religioni», luogo di «passioni» e di «contraddizioni». Il lettore non capisce bene di che città si stia parlando. Non capisce che Gerusalemme è occupata militarmente, che la municipalità occupante israeliana funziona con piani separati per palestinesi e israeliani, che i palestinesi sono sotto la costante minaccia di demolizione delle loro case, che se lasciano la città dopo qualche anno non possono più tornarci perché perdono la loro residenza. Gerusalemme è una città in cui le leggi israeliane hanno creato uno stato di segregazione e terrore per la popolazione non-ebraica. Gerusalemme è la capitale dei palestinesi ma i palestinesi della Cisgiordania, di Gaza e dei paesi in cui vivono in esilio, per il muro di cui sopra e per le politiche di Israele, non possono visitarla, né tantomeno viverci. Tutto normale? Il Direttore chiude così: «A quelli che hanno chiesto che cosa ci andavamo a fare, a quelli che hanno cercato e cercheranno di buttarla in politica, risponde la parola più gettonata tra gli spettatori che invadono le strade: “Shalom”». Ecco Direttore, “shalom”, la pace, forse è la parola più gettonata tra gli ebrei israeliani a cui fa piacere che il Giro renda normale il regime di violenza a cui Israele sottopone la popolazione palestinese, ma non sembra affatto rispecchiare lo stato di cose per tutti gli abitanti della città.

Terza contro-cartolina. Il Monte Carmel, le «Dolomiti di Israele» senza il «tasso alcolico degli alpini». Sul dolomitico Monte Carmel è pieno di pini piantati da Israele per nascondere i resti dei villaggi da cui è stata espulsa la popolazione palestinese nel 1948 (i famosi pini di Ben Gurion a cui faceva riferimento nella prima cartolina). Caro Direttore, dovrebbe sapere che le Dolomiti israeliane senza troppo alcol su cui lei scherza sono piene di pini, come tante altre zone del paese, spesso per occultare i crimini di guerra e il piano di cancellazione di cui ancora la popolazione palestinese paga il prezzo. Perdoni se la butto in politica, ma magari un minimo di attenzione e documentazione prima di scrivere sarebbero buona prassi giornalistica.

Quarta contro-cartolina. Di Tel Aviv Lei Direttore non dice quasi niente. Forse meglio così. Però ci dice in conclusione di cartolina che «il matrimonio» tra Giro d’Italia e Israele «è ben riuscito». Mi permetta, Direttore, di buttarla in storia. Dopo il Primo Congresso Sionista, nel 1897, i rabbini di Vienna andarono in Palestina per capire se il progetto di colonialismo da insediamento che il movimento sionista stava sviluppando fosse fattibile o meno. Arrivati in Palestina, pare che dissero: «La sposa è bella ma è sposata a un altro uomo». L’altro uomo era la popolazione palestinese che Lei Direttore ha deciso di ignorare nelle sue cartoline, preferendo celebrare l’inusuale matrimonio tra Giro d’Italia e un regime di occupazione militare, colonialismo da insediamento e apartheid.

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