Scuola e istruzione beni comuni

The pen is on the table. Breve storia del CLIL

Una rapida incursione nella metodologia CLIL, ultima chimera didattica della scuola pubblica italiana, da parte dell’ideatrice di unblogdiclasse.

babele

Da qualche anno la navicella ormai malconcia della scuola pubblica italiana, sospinta incessantemente dai venti del cambiamento e dell’innovazione, è finita tra le secche del CLIL. L’acronimo (Content and Language Integrated Learning) indica una peculiare metodologia didattica che, introdotta nelle aule a partire dal 2012, prevede l’insegnamento in lingua straniera di una disciplina non linguistica per un monte ore pari al 50% nell’ultimo anno delle scuole secondarie di II grado e in tutto triennio superiore dei Licei Linguistici (con inserimento di una ulteriore disciplina in una seconda lingua straniera a partire dalle classi quarte).Si tratta di un progetto ambizioso, mosso da un nobile intento: potenziare l’apprendimento delle lingue straniere – soprattutto l’inglese – al fine di migliorare le competenze dei nostri studenti che, come noto, non risultano eccellenti, soprattutto se confrontati con i loro coetanei europei. Vediamo in sintesi i vantaggi di questo tipo di approccio.

I docenti di discipline non linguistiche (docenti DNL) che si avvalgono della metodologia CLIL possono – dopo essersi formati in modo adeguato – proporre alla classe una modalità di insegnamento innovativa, che fa della multimedialità il canale privilegiato, del cooperative learning il presupposto imprescindibile e dell’inglese la lingua veicolare. Si tratta di un sistema aperto, basato sull’apprendimento condiviso, che vede nell’approccio multi sensoriale – non solo visivo dunque, ma uditivo, tattile e persino cinestetico – un punto di forza e si propone non solo di migliorare le competenze dei discenti attraverso focus linguistici predisposti ad hoc dal docente CLIL, ma anche di immergere gli studenti nella cultura estera di riferimento, coadiuvando così lo sviluppo di un approccio interculturale. Una simile metodologia sembra inoltre mirata a favorire l’individuazione di un corpo docente competente e motivato, pronto a confrontarsi con una scuola che intende premiare il merito e valorizzare le eccellenze.

Ogni volta mi entusiasmo nel descrivere questo CLIL partorito maturo e agguerrito come una novella Atena dalla mente del MIUR nel lontano 2010. Trovo che abbia in sé la bellezza disarmante delle Idee. Tuttavia è con la dura realtà che dobbiamo fare i conti e nella prassi scolastica la situazione appare meno rosea di quella finora delineata. Prendiamo per esempio la formazione del personale. I docenti CLIL sono tutti volontari, non percepiscono alcuna retribuzione aggiuntiva per la funzione che svolgono e, durante il periodo di formazione, spesso e volentieri è loro negata persino la fruizione del diritto allo studio. Inizialmente il livello di competenza richiesta era, in riferimento al quadro linguistico europeo, il C2. Madrelingua, in sostanza. Ben presto ci si è resi conto che in un paese dove gli studenti si affaticano a parlare una lingua straniera, gli insegnanti non se la passano meglio: dunque si è provveduto ad abbassare il livello richiesto (dal C2 al C1, vale a dire competenza avanzata) e a far entrare in vigore un’ampia serie di norme transitorie utili ad adeguare la capillare diffusione della metodologia alla formazione del corpo insegnante. L’opera, di cui francamente sfuggono i tempi di realizzazione effettiva, appare ciclopica: è necessario in primo luogo portare un congruo numero di docenti al livello linguistico C1 e, nel frattempo, formarli metodologicamente con un corso di perfezionamento pari a 500 ore e 20 CFU. In questi ultimi anni, le strutture universitarie si sono attivate per realizzare molti corsi di lingua e qualche corso metodologico: il livello del professore italiano è di norma intermedio (B1) e dunque la strada da compiere è lunga. Tuttavia, poiché non c’è tempo da perdere, per sopperire alla carenza di personale adeguatamente formato, si è pensato al solito escamotage all’italiana: il docente CLIL che ha frequentato il corso metodologico potrà insegnare, a discrezione del Dirigente Scolastico, già con una semplice attestazione di livello B2.

rutelli

In effetti le sudate carte rilasciate dalle Università alla fine dei corsi linguistici si limitano ad attestare il livello di competenza raggiunto, senza certificarlo: gli enti certificatori (Trinity, Cambridge, per fare alcuni esempi) restano pochi selezionati e per sostenere l’esame bisogna mettere mano al portafoglio e dar fondo ai provvidenziali 500 euro del bonus renziano. Anche il corso metodologico si risolve nella maggior parte dei casi in una semplice attestazione di frequenza: il vero diploma di perfezionamento, infatti, sarà rilasciato dall’Università solo dopo la certificazione di livello C1 da parte di un ente riconosciuto. Ma il livello C1 si è presto trasformato in un fattore discrezionale, anzi in una fatica inutile. Come già ricordato, un’attestazione di livello B2 è infatti più che sufficiente per ciò che la prassi scolastica richiede: un breve percorso multidisciplinare che non impegni troppo le classi quinte – concentrate sulla preparazione dell’Esame di Stato. Il famigerato modulo CLIL farà bella mostra di sé nel documento finale del 15 maggio, ma di fatto finirà per riassumersi in un quesito in terza prova o in un accenno durante il colloquio orale. Aurea mediocritas

Anch’io mi trovo tra color che son sospesi: ho frequentato un corso linguistico che ha attestato il mio livello B2+; ho seguito un corso di perfezionamento che ha attestato la mia acquisizione della metodologia CLIL e adesso sto frequentando un ulteriore corso, al termine del quale mi sarà rilasciato un attestato di livello C1. Tra poco, a suon di attestazioni, sarò l’ombra di un docente CLIL perfettamente formato. Spetterà poi a me l’ultimo passo: certificare (nel senso etimologico di render certo) che tutto quello che è stato attestato è vero, vale a dire superare l’esame Cambridge – o Trinity – di livello C1. È un po’ come correre in Formula Uno dopo aver fatto le prime tre lezioni di guida: impossibile, a meno che non mi decida a seguire dei corsi a pagamento, realmente efficaci. Penso sempre più spesso che l’Italia sia un paese per ricchi: la promessa democratica di una formazione gratuita di alta qualità non è che uno specchietto per le allodole. Ma, in fondo, che farsene di una Ferrari nel traffico congestionato della scuola italiana? Tristemente, il CLIL attesta anche questo.

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