Criminalità immaginate / Politiche del contemporaneo

La modernità del clientelismo

C’è una categoria che attraversa sottotraccia tutto il dibattito antipolitico degli ultimi tempi. È il clientelismo, e chi fa ricerca continua ad arrovellarcisi. Una recensione di Alfio Mastropaolo a Clientélismes Urbains. Gouvernement et hégémonie politique à Marseille, scritto da Cesare Mattina ed edito da Presses de Sciences Po (Parigi 2017).

Marsiglia. Foto: www.antoniocerri.com

Cesare Mattina è un politologo e sociologo italiano che fa ricerca e insegna in Francia da molti anni. Tra i suoi titoli di merito spicca questo libro, che si segnala non solo per la qualità della ricerca illustrata nelle sue pagine, ma anche perché inverte un trend molto antico. Non è più uno studioso straniero, a caccia di esotismo, che viene a studiare i singolari costumi degli abitanti della penisola, ma è un italiano che, avendo fatto inizialmente ricerca sulla politica locale a Napoli e dintorni, se n’è andato a studiare i costumi francesi, per scoprirli non meno singolari – ma in realtà di singolare non c’è nulla – di quelli degli italiani. Il suo libro è dedicato a Marsiglia, città molto nota alle cronache del malgoverno transalpino (che vanta pagine illustrissime, tra cui quella del municipio di Parigi), dove si è perfino ambientata una fortunata serie televisiva, protagonista Gerard Depardieu, che ha provato a mettersi in concorrenza con quel mostruoso catalogo di vizi della politica che è House of Cards.

Qualcuno potrebbe profittare dell’occasione per sostenere che, se non è proprio Italia (meridionale), Marsiglia pur sempre si bagna sulle sponde del Mediterraneo. E che quindi tra la Napoli, donde Mattina è salpato, e Marsiglia, ove ha preso terra, c’è aria di famiglia. Ma questa è solo un’ipotesi, che andrebbe verificata puntualmente, studiando, oltre che Napoli e Marsiglia (o Catania e Palermo, come hanno fatto tanto tempo fa Mario Caciagli e Judith Chubb), altre città che nulla hanno a che vedere col Mediterraneo, e con la medesima maliziosa arrière pensée…. Ciò fatto, specie gli studiosi italiani, si rassegnerebbero forse a riconoscere che quella tecnica di governo e di intermediazione tra cittadini, interessi e governo, di conduzione della lotta politica che si etichetta come clientelismo, è più diffusa di quanto non sembri e, fors’anche, magari con dosaggi minimi e con varianti non secondarie, è diffusa dappertutto.

Proviamo del resto a ragionare: perché mai la contesa per accaparrarsi il governo dei municipi (e non solo di quelli) è così accanita? Sgombriamo realisticamente il campo dall’idea che la posta sia il bene collettivo. Ben che vada è una specifica concezione del bene collettivo, che, in contrasto con altre concezioni, intende comunque favorire alcuni interessi a spese d’altri. L’intento, inter alia, è sempre quello di suscitare, e accaparrarsi, risorse da ridistribuire, onde essere eletti o confermati dagli elettori. Va da sé che qualcuno vince e qualcuno perde. Lo scriveva già con eleganza Max Weber nel 1919 e l’avrebbe brutalmente ribadito Schumpeter nel 1942. Lo specifico dell’intermediazione clientelare rispetto a quella burocratica è che, mentre quest’ultima si vuole universalistica, la prima è selettiva. Oltre che selettiva è personalizzata, mentre l’intermediazione partitica si fonda su appartenenze politicamente (e variamente) costruite.

Quanti pubblici amministratori di estrazione elettorale rifuggono tuttavia dall’instaurare qualsiasi forma di relazione personale? Non tanto per assolvere in partenza ogni manifestazione di clientelismo, ma per invitare a distinguere e a ragionare sulle sue precondizioni. La prima questione è che si fa clientelismo in molti modi e i vincenti e i perdenti variano da un caso all’altro: variano i beneficiari politici, ma variano pure i gruppi sociali che guadagnano o perdono risorse. La seconda questione è che il clientelismo non è segno di arretratezza, secondo l’opinione espressa da ultimo dal socio-politologo Robert Putnam. Come dimostra il libro di Mattina, è una tecnica di governo, di mediazione, di lotta politica raffinata, moderna, che può perfino, a modo suo, favorire lo sviluppo. 

Il libro di Cesare Mattina mostra e distingue. E racconta con grandissimo dettaglio. Si fonda su una mole imponente di dati statistici e di interviste qualitative, su un attento lavoro d’indagine etnografica sulla vita politica locale e sulle contese elettorali. Inoltre Mattina si è recato in archivio, meticolosamente e fruttuosamente spulciando la documentazione municipale, insieme alla corrispondenza del gabinetto del sindaco. Il risultato è un circostanziato e encomiabile affresco della politica municipale marsigliese lungo più di mezzo secolo, scoprendo impressionanti continuità – non prive di adattamenti – nel tempo, anche tra forze politiche antagoniste.

La storia politica della seconda città di Francia ha un eroe indiscusso: Gaston Defferre. Di estrazione borghese, avvocato e figlio di avvocato, socialista, resistente, sindaco per un mese dopo la liberazione e poi di nuovo sindaco dal 1953 per trentatré anni, deputato, senatore, ministro sotto la IVa e la Va Repubblica, candidato alla presidenza della Repubblica, Defferre è stato uno dei “grandi notabili” della Francia del dopoguerra. Sarebbe interessante conoscere in dettaglio la sua biografia personale, cioè entrare nella sua psicologia di notabile. Di sicuro ciò aggiungerebbe un tassello alla comprensione della sua vicenda politica. L’impresa va, chiaramente, oltre gli intenti del già di per sé robusto libro di Cesare Mattina. Come si percepiva Gaston Defferre? Di sicuro doveva pensarsi molto in grande se si candiderà alla presidenza della Repubblica (in coppia con Pierre Mendès-France). Chi scrive ha tra i suoi libri un pamphlet molto ambizioso da lui firmato in quelle circostanze, dal titolo Un nouvel horizon, in cui si avanzava un programma di rinnovamento e di riforme democratiche, di stile molto kennediano. Prima che comparisse Giscard d’Estaing, Defferre, con il supporto de L’Express, tentò pure un precoce scoop mediatico: il suo profilo fu tratteggiato sotto le anonime vesti di Monsieur X.

Il potere di Gaston Defferre, qui inizia il racconto di Mattina, ebbe origine dal suo ruolo di primo piano nella Resistenza, da quello di responsabile della federazione locale della Sfio, nonché dall’acquisizione, armi alla mano, nel 1944 del quotidiano locale Le Petit Provençal (che, ribattezzato Le Provençal, diverrà un’impresa editoriale di tutto rispetto) e dal controllo della grande cooperativa di lavori portuali SACONA. Ad affiancarlo concorse subito una fidatissima cerchia di amici e collaboratori, a partire dal nucleo di compagnons della Resistenza, i quali lo seguiranno nei decenni successivi e che saranno decisivi per radicare capillarmente la sua macchina politica nelle istituzioni locali e nazionali.

Le risorse di potere extrapolitiche di cui la macchina defferriana disponeva furono da subito ingenti. Enormi erano gli interessi che ruotavano intorno alle attività portuali e cospicue erano le risorse che poteva redistribuire. Avvalendosi di questo solido capitale di autorità prepolitica, Defferre intraprese la sua spietata e spregiudicata lotta per l’eliminazione della concorrenza, anzitutto comunista, e per la conquista di una base elettorale. Ben insediati com’erano all’indomani della Liberazione tra i lavoratori portuali, i comunisti furono il primo intralcio che Defferre incontrò sulla sua strada. I rapporti tra essi e i socialisti sul piano nazionale furono alquanto conflittuali durante tutta la IVa Repubblica, e lo saranno per una parte della Va, finché Mitterand non riuscirà a promuovere una (provvisoria) riconciliazione lanciando nei primi anni Settanta l’Union de la gauche. Per lungo tempo Defferre fu tra i socialisti uno tra i più pugnaci avversari dei comunisti. Li fece oggetto di un’azione di contrasto di grande durezza, che lo condurrà assai di frequente ad accordarsi con la destra.

Nel racconto di Mattina due cose appaiono essenziali per intendere la lunghissima avventura politica di Defferre alla guida della città. La prima è l’impressionante sistematicità con cui si curò di occupare tutte le postazioni di potere disponibili, in città e nelle circoscrizioni amministrative in cui era inclusa. La seconda è la capacità di qualificarsi personalmente come il grande mediatore. Defferre mediava tra lo Stato e la società locale, con tenacia difendendo le ragioni della seconda, la quale trovava in lui, come sindaco e come notabile, un protettore cui rivolgersi (pregevoli sono le pagine dedicate alla corrispondenza del sindaco!). Defferre mediava anche con la borghesia padronale e professionale, cui delegò le scelte urbanistiche e le attività immobiliari, e, per l’appunto, con i partiti di destra, che dal 1958 al 1980 presidieranno il governo nazionale (dove il gollismo si era installato nel 1958 in aperta polemica contro la partitocrazia della IVa Repubblica). Non trascurava, Defferre, neppure il sindacato (Force Ouvrière), né circuiti di interessi meno limpidi. A parte gli scandali che investiranno negli anni Ottanta l’amministrazione municipale, più volte sono state denunciate le contaminazioni tra la sua macchina politica e il lussureggiante milieu criminale della città.

Una scena della serie tv “Marseille”

Secondo un vecchio stereotipo, il clientelismo è una tecnica molto efficace per interloquire coi ceti popolari e il sottoproletariato urbano. La ricerca di Mattina lo smentisce. I portuali e, in genere, gli operai marsigliesi erano inizialmente più prossimi al Partito comunista, che usava tutt’altre tecniche per arruolare e fidelizzare il suo seguito. La macchina politica socialista si volse altrove, trovandosi molto a proprio agio con le classi medie, d’ogni gradazione, da quelle medio-alte a quelle più basse, verso cui adotterà una strategia molto complessa. Favorirà, selettivamente, la mobilità verticale di una parte delle classi popolari, valorizzerà, segmentandoli per quartieri, i reticoli comunitari (gli armeni, gli ebrei, riconosciuti quali vittime di due terribili genocidi, i pieds noirs, rimpatriati d’Algeria, i corsi), tralasciando i magrebini (confinati nei quartieri periferici).

Orchestrando sapientemente la politica degli alloggi, quella degli impieghi municipali, dei lavori pubblici, delle commesse, delle licenze edilizie, con ricco contorno di favori e raccomandazioni, l’amministrazione municipale socialista riusciva a un tempo a suscitare lealtà elettorali e a plasmare gerarchie e disuguaglianze sociali, così stabilendo la propria preminenza sulla società locale. A questo riguardo si può azzardare un confronto con la situazione italiana. A Napoli il Pci aveva attratto un seguito negli ambienti operai. Per contro, la Dc, sempre a Napoli, ma pure a Palermo, riusciva contestualmente a interloquire con i ceti più disagiati e con la classe media. A fare la differenza tra il regime defferriano (cos’altro era se non un regime?) e quello democristiano erano soprattutto le istituzioni. Un mandato trentennale come quello di Defferre (quello di Chaban Delmas a Bordeaux fu ancora più lungo) sarebbe in Italia impensabile. Il cumul des mandats, insieme al verticalismo delle istituzioni municipali e dei partiti, il regime elettorale, conferivano al regime di Defferre una compattezza ignota al regime democristiano a Napoli e a Palermo, che, malgrado le sue ampie basi elettorali, era indebolito e destabilizzato dalle aspre contese tra correnti.

Quel che è certo è che il clientelismo è una tecnica di governo priva di pregiudizi e oltremodo adattiva. Che viene svolta dai politici – il punto è fondamentale – secondo un registro che non è riducibile a mera strumentalità. Già: sarebbe superficiale intendere che i politici che instaurano relazioni clientelari lo facciano esclusivamente in vista della loro resa elettorale. Le loro mappe mentali sono meno banali. È ovvio piuttosto che chi riveste una carica elettiva, e occupa di conseguenza una posizione di superiorità sociale, si curi di proteggere i suoi elettori. Prima che scambio interessato ed esplicito tra voto e beni pubblici, il clientelismo è paternalismo, solidarietà, amicizia, paradossalmente rafforzato, come ha ben notato da ultimo Antonio Vesco, dalla denuncia, politica e accademica, la quale, anziché delegittimarlo lo legittima e ne fa perfino un tratto identitario rivendicato con orgoglio. Si concedono favori non in ragione dei loro possibili ritorni, ma perché corrisponde a un’idea – locale – di giustizia. Non tutti, conviene sempre ricordarlo, guardano e giudicano il mondo allo stesso modo. E in un contesto in cui per qualche ragione (da esplorare caso per caso) lo Stato e i pubblici poteri non provvedono – o si tengono molto distanti dal loro idealtipo weberiano – l’attività di intermediazione e di governo assume un significato diverso. Se le file d’attesa in ospedale sono troppo lunghe, non è forse giusto che chi è in condizione di farlo, specie alla luce di un mandato elettorale, soccorra chi ha bisogno di una mano? E non è ovvio che chi è in difficoltà chieda a sua volta aiuto a chi lui stesso ha eletto e magari è a portata di mano? Anche a questo proposito Mattina ha pagine stimolanti.

Ci siamo oggidì abituati alla conduzione manageriale del governo urbano e non solo di quello. Le istituzioni e i servizi pubblici sono da mettere a reddito e perciò sono sottomessi, oltre che al calcolo dei costi e benefici, all’imperativo (si spera profittevole) del partenariato pubblico/privato. Defferre precedette questa stagione, conciliando la sua statura notabiliare con una conduzione dei servizi pubblici di marca imprenditoriale: ma come grande impresa, politica ed economica a un tempo, volta sia a produrre benefici politici, cioè consenso elettorale, sia a disegnare l’economia e la società locale. Finché le difficoltà economiche, la crisi delle attività portuali, i processi di deindustrializzazione non metteranno in crisi il suo regime politico.

clientelismo cesare mattina

Gaston Defferre. Campagna elettorale, marzo 1977. Foto AFP.

La parabola di Defferre, racconta Mattina, si è esaurita con la sua scomparsa. Ma il suo regime non è svanito, anzi ha trovato modo per riprodursi e rinnovarsi. L’amministrazione municipale di Marsiglia sarà retta per quasi un decennio dal suo vice Robert Vigouroux, un neurochirurgo affermato, il quale già dal 1965 aveva riciclato in politica la sua clientela professionale, avvicinando Defferre al mondo ospedaliero e medico in generale. A dispetto del Partito socialista, dal quale pure proveniva, Vigouroux sarà eletto ancora nel 1989, ottenendo un consenso elettorale larghissimo. Per uscire volontariamente di scena nel 1995, forse riconoscendo, è l’ipotesi di Mattina, la sua incapacità di padroneggiare la complessissima rete d’interessi che connetteva il municipio alla popolazione, che alla lunga dava segni d’insofferenza.

In cima all’amministrazione municipale si è insediato da allora un altro grande notabile, di tutt’altra estrazione politica, ma agli inizi della sua carriera politica alleato alla guida di una lista di centro di Defferre, cioè Jean-Claude Gaudin, divenuto negli anni Novanta un esponente di primo piano della destra, anche a livello nazionale. È un’altra storia per tanti aspetti, ma non priva d’impressionanti motivi di continuità. Anche perché il clima stava cambiando già prima della scomparsa di Defferre. Le condizioni economiche, occupazionali, demografiche, della città non erano più quelle di un tempo: sparivano, per esempio, gli operai, crescevano le professioni intellettuali, il profilo della classe media cambiava anch’esso. Al contempo, le risorse da distribuire si stavano via via contraendo o si rinnovavano. Si aggiornava pure il modo di pensare il governo cittadino. Nuovi gruppi, portatori di nuovi interessi e nuove idee, d’impronta marcatamente manageriale, erano in ascesa. Pratiche di governo prima consuete divenivano oggetto di denunce, scandali e traversie giudiziarie.

Parlamentare di rango, già presidente della regione, ministro, Gaudin riuscirà comunque a dar seguito – con altri mezzi – al regime defferriano. Le ingenti potenzialità occupazionali, pubbliche e private, che erano per Defferre un punto di forza erano ormai venute meno. Gli impieghi precari stavano prendendo il sopravvento su quelli stabili. L’amministrazione doveva imparare a progettare la città e ad attrarre investimenti. La denuncia del clientelismo era divenuta fondamentale tema politico, anche in Francia al centro della martellante polemica contro i partiti. Potremmo parlare di clientelismo a bassa intensità? Forse è preferibile definirlo un clientelismo orientato più verso le risorse simboliche che non verso quelle materiali. Comunque sia, il regime Gaudin non è prospero come il regime Defferre. Anzi, è un regime altamente problematico, che trova riflesso nella geografia elettorale secondo uno schema ormai consueto in gran parte d’Europa: tracollano i partiti di sinistra, cresce l’estremismo di destra. Il Front National alle municipali del 2014 è arrivato al 23 per cento. Per ora, se ne avvantaggia la destra convenzionale. Vedremo fino a quando.

Mattina ci perdoni se contraddiciamo il suo rigore investigativo e analitico. Le politiche neoliberali, che sfruttano intensamente il moralismo antipolitico (e pure anti-criminalità organizzata) per imporsi alla vecchia politica, hanno destabilizzato quest’ultima, ma hanno migliorato le condizioni di vita solo per minoranze assai circoscritte. Non hanno neppure cancellato il clientelismo, anche perché hanno indebolito le pubbliche amministrazioni. Nessuno sa, naturalmente, come andrà a finire. Cesare Mattina ci ha per intanto raccontato i molti vizi, ma anche le modeste virtù, di una tecnica di esercizio del potere discutibile, ma che sarebbe stato saggio curare in tutt’altro modo. Il neoliberalismo e le sue prospettive manageriali, oltre a non giovare notoriamente alla moralità pubblica, sono una cura che sta ammazzando il malato.

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