C’era una volta una bambina

Una recensione a “C’era una volta una bambina“, di Giovanna Zoboli e Joanna Concejo, pubblicato da Topipittori.

C’era una volta una bambina è uscito a febbraio per Topipittori e fin da subito avrei voluto scriverne, ma non ci sono riuscita.

E intanto è finito un inverno, una primavera, un’estate e quasi un autunno. È un libro così bello che mi fa paura. Avevo il terrore di avvicinarmici perché negli intrecci di testo e illustrazioni che nascono nelle sue pagine si insinuano tematiche gravi, ancestrali, di cui non ero sicura che sarei stata in grado di occuparmi. Temevo di tradire il libro. Il testo è una rielaborazione della fiaba di Cappuccetto Rosso a cura di Giovanna Zoboli e le illustrazioni sono opera di Joanna Concejo. La Zoboli è una scrittrice, editor e curatrice editoriale ed è la fondatrice, insieme a Paolo Canton, della casa editrice Topipittori.
Joanna Concejo è un’illustratrice polacca. La sua matita è precisa, paziente e minuziosa e le sue illustrazioni racchiudono un alone di sacralità che le rende gravi e quasi spaventose. Nelle immagini della Concejo traspare qualcosa che si potrebbe chiamare “anima”: niente è affidato al caso, tutto nasce come frutto di una relazione profonda e vitale dell’illustratrice con il foglio e la matita. Vi si scorge una concentrazione assoluta, una devozione, quasi, nei confronti del disegno: le sue tavole sembrano emergere da un grande silenzio ed anche un grande freddo. Come se ogni tratto nascesse da un mondo lontano e saggio e arrivasse ad essere disegnato dopo avere percorso una strada di consapevolezza. Sono immagini sempre vive e piene di verità: di verità scomode, di solitudine, di introspezione, di coscienza.
Tutto ha senso, quando è la Concejo che disegna.

2bosco

E poi c’è la storia. La storia di tutti e di sempre, rivista con estrema raffinatezza dalla Zoboli.
Una madre, una figlia, una nonna, un lupo, un cacciatore. E una casa e un bosco.
C’era una volta una bambina.

3CONFINE DEL BOSCO

C’era una volta una bambina,
C’era una volta una bambina e una casa.
C’era una volta una bambina, una casa e una madre.
C’era una volta una bambina, una casa, una madre e una nonna
C’era una volta un bosco.
C’era una volta un lupo.
C’era una volta una bambina.
C’era una volta una bambina.
C’era una volta una bambina come tutte.
C’era una volta una bambina svelta, attenta, coraggiosa.
C’era una volta una bambina.
Ma nessuno raccontava. Nessuno sapeva.

Cappuccetto rosso è sulla soglia: ferma appena prima del bosco, del sempreverde intenso degli abeti, il viso verso il lettore che già sa da dove viene e si immagina dove andrà. La macchietta rossa in tutto quel verde appare quasi una sfida a noi, che pensiamo di sapere tutto di lei, della sua disobbedienza, delle conseguenze.
La bambina è l’ultimo anello di un percorso di genealogia femminile: deve obbedire alla madre e prendersi cura della nonna.
La madre nel libro non si vede e non viene mai viene nominata ma la dimensione femminile da cui prende il via la vicenda è dichiarata subito: C’era una volta una bambina, una casa, una madre e una nonna. Fra la piccola e le sue ave c’è la casa, spazio privato di competenza femminile, luogo deputato all’apprendimento e all’esercizio dei suoi compiti.
Noi conosciamo la storia e sappiamo perchè la bimba è nel bosco, da sola, col vestito rosso e il cestino: sta obbedendo alla madre.
Discendenza ed obbedienza ad un ordine dato -un ordine che è quello del sentiero del bosco, un ordine che si è imposto con la forza e la costanza di mille e mille anni di pratica della disciplina. Come il sentiero, creato dal continuo passaggio sul medesimo lembo rubato al bosco su cui alla fine non cresce più niente: come la cultura che si fa norma e si traveste da natura, regola fisiologica, e come tale indiscutibile.
Quello che ho visto, nella scelta di questa bambina, è la scelta di rompere con tutta una storia di adesione alla regola che ha impedito alle nonne, alle madri e alle figlie di uscire dal sentiero, conoscere chi abitasse il bosco e scegliere un linguaggio di scambio con l’altro.
Luce Irigaray ha insegnato che l’ordine maschile è stato fondato sul mutismo della donna e sulla rimozione della sua potenza generativa -non biologica ma simbolica: la pervasività del discorso maschile sul mondo è tale da impedire alle donne anche solo di pensarsi e quindi di relazionarsi fra sè e con l’altro in maniera autonoma e consapevole della propria differenza. La madre e la nonna in questo albo sembrano perpetrare quella rimozione e quel discorso: non offrono alla figlia/nipote niente più che un sentiero già tracciato.

4particolare

Dalla bambina ci si aspetta che cammini lì, seguendo la strada, senza guardare, senza interrogarsi, senza distrazioni, nel silenzio del nessuno raccontava, nessuno sapeva. Il silenzio di freddezza e ignoranza in cui cresce è rotto soltanto dalla litania dell’attenta, attenta a te, che le ricorda che l’infrazione della regola è un evento minaccioso delle conseguenze gravissime.

5sapevanoinvece

Sapevano invece
attenta agli sconosciuti,
attenta a non cadere,
attenta a te.
Sapevano solo attenta,
attenta a te.
Sapevano che le bambine a un certo punto.
Sapevano che le bambine a un certo punto crescono.
Sapevano che le bambine a un certo punto crescono e se ne vanno.
Sapevano che le bambine.
C’era una volta una bambina che cresceva sola e attenta.

Lei, sola e attenta e quindi consapevole, ha deciso di uscire dai limiti: la sua figura sfonda la pagina e un gatto -che in fondo è un animale selvaggio addomesticato- la guarda con un’espressione basita. La scelta di mostrarci solo una parte del corpo della bambina, posizionandola a metà fra il dentro e il fuori, avverte subito il lettore della grandezza del gesto della protagonista e della sfida alla norma.
Lei corre, con le calzette traforate e bianche e i lacci rossi sui capelli: è una Cappuccetto senza cappuccio.
Quella dell’attenta, attenta a te è l’unica parola che le è stata rivolta – le femmine devono, in primis, stare attente ai pericoli che derivano dalla lecita brutalità assegnata tradizionalmente al mondo maschile. L’ordine all’interno del quale si muove la bambina è un ordine simbolico normativo e maschile che non accetta sfumature.
La bambina arriva nel bosco che non solo appare come un vero e proprio personaggio, ma è anche il primo interlocutore che si mette in relazione con lei e le chiede di essere ascoltato. Il Bosco è cieco, e così lei si tappa gli occhi, si ferma e libera il nastro rosso che le lega i capelli per srotolarlo fra gli alberi.
Si mette in ascolto.

6poifecerosilenzio

La bambina era rossa. Cantava. Respirava.
Faceva silenzio. Faceva assoluto.
La bambina era bella. La bambina era tutta rossa.
La bambina era sola e attenta.
La bambina non diceva buio.
La bambina non diceva che i boschi.
La bambina diceva guarda.
Diceva apri gli occhi.
Diceva sono qui,
Diceva eccomi, la bambina.
Guardami.
Il bosco fu gentile,
disse di essere grande,
disse di essere grande abbastanza per
disse che dappertutto
disse che.
La bambina fu educata,
disse di essere piccola,
disse di essere piccola abbastanza per
disse che da nessuna parte
disse che.
Poi fecero silenzio.
Fecero silenzio
e in mezzo crebbe il lupo.
Il lupo crebbe buio e attento,
immenso.
Crebbe col nero in fondo alla gola e la luna negli occhi.

Nasce la relazione, nasce l’incontro. Nel silenzio, nell’ascolto, senza imposizioni, senza pericolo, nella fiducia, consegnando una parte di sé all’altro.
La bimba canta e gioca e guarda il lupo prescindendo dalle raccomandazioni: gli chiede di essere guardata e il Bosco, dopo essersi fatto ascoltare e passeggiare, apre gli occhi, si fa lupo e la guarda.
Sono ad un punto zero del linguaggio: sono nello spazio che c’è prima del dire e dell’essere detti e provano a costruire una lingua dal principio.
Piano piano si mescolano, si giocano, si guardano, si prendono cura, si rincorrono, senza paura, nell’abbandono e nella gentilezza.
Il lupo diventa il custode di uno dei capi del nastro rosso che lega i capelli della bimba. Il nastro che è pegno, che è legame, che è la lingua nuova che nasce dai due.

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Era il regalo del bosco alla bambina.

Era il pegno della bambina al bosco.
Furono celebrate le nozze.
Gli sposi si giurarono fedeltà.

Poi si incamminarono ognuno per la sua strada

 

Il lupo si dirige verso la casa della nonna: Toc Toc – dissero allora tutti quelli che conoscevano la storia. L’animale entra nel salotto della vecchia e, per la prima volta, ci appare minaccioso e digrigna i denti verso di lei, quella che ogni sera raccontava l’antichissima storia dell’attenta, attenta a te.
La nonna doveva essere stata una cacciatrice perché la parete di casa sua è piena di trofei, teste animali mozzate e impagliate: cinghiale, upupa, lince, cervo, capriolo, falco. Manca il lupo, manca solo la testa del lupo.
Vediamo il lupo famelico riflesso in uno specchio appeso alle spalle della vecchia: lo specchio è proprio il mezzo che la Irigaray -da Lacan- sceglie per illustrare il processo in base al quale il pensiero maschile si è assolutizzato presentando la donna (l’altro) come l’immagine riflessa di sè e quindi un opposto simmetrico rispetto a lui – e qui Aristotele è stato maestro. La donna è rappresentata come mancanza, come nostalgia, come vuoto, come passività; l’uomo -di contro- è pienezza, attività, completezza, assoluto.
Questa nonna non è un’alleata della nipote, fra loro manca contatto e scambio: non esiste nessuna relazione. La vecchina è semmai una delle garanti della reiterazione della norma, dell’adempimento alle regole.
Ma poi lo sappiamo come va la storia: il lupo mangia la nonna, e rimane dentro la sua casa.

9ogniseralanonna 10vennenotte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La casa diceva che le tende, che le pentole,
diceva che i lenzuoli, le federe, le tovaglie.
Farneticava di coltelli, di una volta che da giovane,
di zie mai conosciute, di monache, di battesimi.
Si ubriacava di stoviglie, piatti, centrini.
Aveva occhi solo per stampi, paioli, ciambelle.
A notte alta andava bisbigliando di ricette segrete,
intingoli, salviette. Sussurrava di punto erba
e di punto croce, Per ore.
Di punto erba e di punto croce.
Erba e croce.
Croce ed erba.
Senza sosta.
Era una fortezza vuota,
scavata nel piombo delle faccende

La Casa e il Bosco sono i due personaggi antitetici della storia.
La Casa è la custode dei compiti che l’ordine maschile vuole che siano propri delle femmine -la cucina, il letto, il ricamo. Guarda il sentiero e dà le spalle al bosco, abita il confine, è una “fortezza” di guardia su frontiere contese. Ed è vuota, rifugio di morte, ospita solo le teste impagliate e centrini, è il regno dell’abitudine, scavata nel piombo, con la costanza con cui le norme adempiute e tramandate si cristallizzano e, senza essere interrogate mai, alla fine sembrano nate col mondo.
Il lupo chiuso nella casa soffre tantissimo, d’altronde la Casa è uno spazio sbagliato per un lupo.

Sbatteva dappertutto. Sembrava cieco.
Sembrava d’amore. Sembrava perduto,
rotto, lontano.

La casa era lenta, era sbagliata,
chiusa come una cassaforte.

La Concejo disegna una casa piccola e protetta – le tende della porta-finestra sono tirate, l’unica piccola finestra della casa ha le persiane chiuse. Le chiome degli abeti la sovrastano, quasi a custodirla, mentre la nonna gli alberi li taglia: davanti a casa c’è l’accetta, la catasta della legna, I tronchi residui di fusti abbattuti.
Il legame fra il lupo e la bambina diventa appartenenza, come constatano sia il Bosco che la Casa che vorrebbero ristabilire l’ordine, sciogliendo il legame e riprendendosi ognuno il suo personaggio.

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Cosa vuoi? disse il bosco alla casa.
Voglio la bambina, rispose la casa.
Ma la bambina è del lupo, disse il bosco.
E tu cosa vuoi? disse la casa.
Voglio il lupo, rispose il bosco.
Ma il lupo è della bambina, disse la casa.
Sono legati, constatarono

Il legame, il filo rosso che accompagna il loro rapporto sta nell’importanza dell’insegnarsi un linguaggio, di imparare a parlare:

lei, intenta a sillabare le parole;
lui, intento a non perdere il filo.

Bo-sco
Ca-sa

Entro notte parleremo, amico mio, promise lei.

E una parola dopo l’altra, lui salì verso di lei.

12fame

Il lupo è lupo, il lupo la mangia. È così, succede all’improvviso. Quel lui salì verso di lei potrebbe essere bestiale istinto di amore. O di fame.
Non ce lo dicono i disegni e non ce lo dicono le parole: vediamo il filo rosso arrotolato alla caviglia della bambina mentre il lupo le fa (o le disfa?) una treccia; e poi vediamo il lupo che dorme, con la pancia grande e grossa, la matassa rossa in mano e il capo del filo in bocca. La bambina è nella pancia.

Arriva il cacciatore, e spara: uno stormo di uccelli neri si alza in volo sopra le cime degli abeti. La tavola è drammatica e il lettore, lo sparo, lo sente.

13tavolabosco

Il maschio armato viene accolto dalla Casa, spia petulante, come un salvatore.
Non vediamo cosa succede, mentre la scena che generalmente impressiona di più I bambini a cui viene raccontata Cappuccetto Rosso è quella in cui il cacciatore estrae dalla pancia del lupo la nonna e la nipote.
Qui non ci viene mostrato niente se non il balletto frivolo della nonna e dell’uomo: lei che si era fatta bella per lui (probabilmente quando viene mangiata lo stava già aspettando), lui che per lei si fa assassino.
Una donna che si fa bella per compiacere lo sguardo di un uomo, e un uomo che per proteggere una donna si fa macellaio: in mezzo a loro il lupo morto e, a osservarli, la bambina che nasconde una forbice.
La seduzione e la violenza, I ruoli, lo sguardo.
Fuori dal lupo tirano via le parole con cui la bestia e la bambina avevano nominato I loro mondi, il filo che continuerà ad essere guida per la bambina: Ca-sa Bo-sco.
Seppelliscono la bestia in un buco fondo e nero, in una cavità che ora è piena di significati perchè custodisce quel lupo con la pancia ricucita da quel nastro rosso.
Le donne (nonna e bambina) affacciate sull’orlo della fossa buia osservano un luogo che è pieno di realtà e di senso, anche se a prima vista può apparire un vuoto. Esattamente come usare lo speculum – strumento usato dai medici per osservare le cavità del corpo umano, in particolare la vagina – significa essere capaci di guardare al vuoto come luogo che possiede uno statuto di realtà e un senso.
Significa -in ultima istanza- concedere alle donne il diritto ed il dovere di dirsi.

Con parte di quel filo rosso la bimba ricama un fazzoletto che la accompagnerà nei suoi viaggi per I boschi, sempre rossa nel verde.

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Il libro finisce così. Con una bimba che va per il bosco, un bosco enorme, portando con sè il fazzoletto su cui ha ricamato la sua storia: quella di un incontro e del suo coraggio. Quella di una bambina che è stata capace di utilizzare lo strumento delle nonne, il ricamo, per intrecciare un discorso nuovo, con un filo tessuto nell’incontro con l’Altro.

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