Milleuna

La biblioteca segreta. Nona puntata

Ivan Teobaldelli è, fra le altre cose, l’autore del romanzo Esercizi di castità (Einaudi, 1993) e il co-fondatore e direttore della pionieristica rivista Babilonia. Nel 1997 ha pubblicato La biblioteca segreta. Cento romanzi che raccontano l’amore omosessuale (Sperling & Kupfer), un personale canone di opere letterarie del Novecento stilato «in nome di che? Della libertà, beninteso, e delle legittime ragioni del cuore». il lavoro culturale è felice di ripubblicarlo per intero, in dieci puntate: questa è la penultima. Qui le puntate precedenti.

* * * In occasione della pubblicazione della Biblioteca segreta, oggi, giovedì 5 aprile, Ivan Teobaldelli sarà protagonista dell’evento di apertura di CaLibro 2018, alle 18 al Teatro degli Illuminati di Città di Castello. Dialogherà con lui lo scrittore, militante e conduttore radiofonico Tommaso Giartosio. Qui la pagina dell’evento. * * *

Biblioteca segreta

81 – Giuseppe Patroni Griffi, Scende già per Toledo

Sulle gambette magre, i capelli biondi «alla camomilla Schultz», strilla dietro ai suoi sogni la poveraRosalinda Sprint. E incontra di tutto: un naufragio chagalliano di marinai che volano in mare, in una notte di tempesta; la massa informe della Baronessa che si squaglia come una medusa; la furba mezzana Marlene Dietrich: «Dovevo nascere all’estero! In questa terra di cafoni impossibile diventare artiste»; Mariacallas, Sayonara, Rossicago e tutte “le irregolari” (i travestiti) che abitano Montecalvario e la Litoranea, sopravvivendo di botte e di marchette.

Rosalinda Sprint è ambiziosa e sogna di lavorare in una casa chic d’appuntamenti. Il noviziato lo compie sotto le grinfie della Dietrich: «Che assorbenti usi?» «Come sarebbe a dire?» «Devi usare quelli larghi e grossi. I Fidels. Ti comprimono il pesce e tirano fuori un bel monte di Venere.» «Quale monte?» «Figurativo, stronza!»

Dice e non dice Marlene Dietrich, fa la misteriosa, accenna a quel tanto che serve a far intravedere un passato favoloso. «I suoi trucchi, le sue trovate, se le porterà nella tomba.» «E l’amore? Mai per l’amore?» chiede Rosalinda Sprint. «Che c’entra l’amore! Stai proprio arretrata. Tu tieni due culi, te lo devi mettere in testa.» «Due culi?» «Un giorno te ne accorgerai, te lo sentirai uscire dal profondo […] L’esterno è quello che gli altri vogliono e tu lo dai senza pensieri […] Il culo vero tuo, te lo svelerà solo chi ci saprà arrivare – colui che sarà».

«Colui che sarà» lo incontra al funerale del padre. Urla RosalindaSprint bestemmie mai sentite; si getta sulla bara, la prende a calci, la cavalca. È morta, le sembra d’essere morta. E quando riapre gli occhi, ecco l’Amore, quello guappo e impossibile: il cugino Gennaro.

«Ah, quanto è bello il pesce – com’è buono». E per la prima volta – sensazione rara nel suo mestiere – Rosalinda Sprint si sente fottuta. «Si sente fica, vacca, troia […] insalivata, bavosa, disossata, tuttacarne […] si sente calda di lievito, impastata, incapace di dire, foga di puri suoni…» Ha trovato: «la forma giusta per la scarpa mia».

Tuona l’infallibile maestra: «Colui che sarà si dimostra di solito uomo da niente — è statisticamente assodato».

E così avviene. Altri maschi, altri clienti, il pallido e aristocratico Gaetano: «I sangui che s’incontrano non si pagano», e persino l’occasione della fottuta normalità che spinge Rosalinda fino a Dover, sulle bianche scogliere, a far da bambinaia ai figli del suo Jack. Ma è un sogno, una finzione cinematografica, e il vento maledetto del Nord si porta via la valigia, il valzer delle candele che ha in testa, il trucco e la parrucca e persino il meraviglioso paltò a forma di campana «color cannella, bottoni grossi fantasia e manica raglà lunga fin sul polso». E il collo? Con le stecche di balena: alla Maria Stuarda.

82 – Walter Siti, Scuola di nudo

È proprio uno scatenato “giro di walzer” (da balera emiliana, s’intende), questo autobiografico e “lutulento” romanzo di Walter Siti, opera prima eppure postuma, una specie di Zibaldone in omaggio all’autore amato, quel Leopardi di Recanati al quale l’autore si compiace intimamente di somigliare, nelle deformità e nell’ingegno.

Due sono i chiodi a cui è appeso tutto il romanzo: da un lato gli intrighi e i servilismi d’una indigesta carriera universitaria; dall’altro, l’ossessione del nudo maschile, «corpo gnostico», «il non-luogo dove il principio di piacere si confonde al principio d’inerzia».

Con accanimento, Siti sfruculia nel nido di vipere dell’ambiente universitario, registrando maneggi e imposture, noiosi discorsi accademici e colpi d’ala (come la sua appassionata interpretazione di Leopardi), ora con i modi del catone ora con quelli del mezzofallito che ribadisce la sua estraneità ai servilismi del potere, rimanendo tuttavia mortalmente impantanato nella rivalità con l’amico-nemico Matteo, «il Cane», anche lui professore associato di metrica e stilistica italiana, modenese, «normalista» e intellettuale di sinistra, più scaltro e «flessibile».

L’altro chiodo è il racconto dell’ossessione erotica di un omosessuale, stregato dalla piramide di addominali e deltoidi che è il corpo di un culturista – su cui concerta un canto di straordinaria originalità, «un body-bildungsroman»– trotterellando a rimorchio di ogni «nudo angelico» che ha «l’insolenza di chi non deve rendere conto a nessuno», verso luoghi canonici dell’accoppiamento omosessuale, dove il sesso si consuma dappertutto e quando capita, perché «solo ciò che è sconosciuto può diventare – per un istante – ciò che è noto da sempre»; con la consapevolezza lucida di una nevrosi che riduce l’esistenza «a ciò che le manca» – e quindi alla coazione e al non essere. E in tanta dissipazione di scrittura e di sperma, come una spina nel cuore è l’affetto ricambiato e fin troppo “autentico” di un ragazzo di campagna, Ruggero, a dimostrazione che davvero «l’amore è un caso particolare».

83 – André Gide, Se il grano non muore

Che cosa sarebbe successo a Gide se, incurante della reazione della madre, avesse imbarcato, portandoselo a Parigi, il fido arabetto Athman? La sua esistenza sarebbe mutata?

Non lo sapremo mai; di certo non avrebbe inchiodato a un matrimonio “in bianco” la povera cugina Madeleine; e forse – ci piace pensarlo – avrebbe persino “orchestrato” quel suo monologare sempre così insistentemente privato. Ma è proprio l’ossessione autobiografica a dargli inchiostro per scrivere. Già in un piccolo libriccino stampato privatamente in dodici esemplari, Corydon,Gide aveva tentato sotto forma di dialoghetto platonico una dissertazione sull’omosessualità.

Ma è in Se il grano non muoreche risale fino ai primi turbamenti infantili raccontati con tono vagamente proustiano: il suono dell’Angelus, il caleidoscopio, la raccolta dei fiori detti «le trombe di Gerico», l’inizio delle «cattive abitudini» masturbatorie, e soprattutto una consapevolezza: «So benissimo il torto che mi faccio raccontando queste cose e quelle che seguiranno; prevedo l’uso che se ne potrà fare contro di me. Ma il mio racconto non ha altra ragione d’essere che la verità. Mettiamo che io scriva per penitenza».

Quanto a verità, chi è più bugiardo d’uno scrittore? Ma «la penitenza» si sente, eccome, in questa voglia di «abbandonarsi di più alla vita», di sentire «sciogliersi l’austerità» calvinista, magari con la spinta casuale e d’intuito di Wilde che gli legge negli occhi il desiderio per i ragazzi algerini, e lo spinge tra quelle braccia. È il primo passo per salvarsi dalla disperazione, e Gide inizia il tortuoso cammino del riconoscimento, con dentro un’antesignana volontà di “militanza”: «Non mi bastava emanciparmi dalla regola; avevo la pretesa di rendere legittimo il mio delirio, di dare ragione alla mia follia».

84 – Dennis Murphy, Il sergente

Universo asfittico e monolitico, quello dei militari, una griglia di regole e di cieca obbedienza che non può essere discussa, pena il crollo dell’intero “codice”. E anche se il campo Bernod, nella campagna francese, è un distaccamento adibito a servizio di manutenzione, con soldati americani sbracati e un comandante inetto, l’arrivo del “sergente di ferro” Callan ha un effetto devastante. Perché il sergente è uomo di disciplina ed eroe decorato; ed è un gioco per lui, in quel vuoto d’autorità, afferrare la frusta e mettere ordine. Non resta simpatico a nessuno, il graduato; come i sergenti dello schermo di Full metal jackete di Ufficiale e gentiluomo ossessionati dall’ambizione di forgiare uomini, anche Callan individua subito nel più bello e giovane la vittima prediletta: è il soldato semplice Tom Swanson, «un ragazzo alto, dall’uniforme stinta, dal volto aperto e intelligente». Con lui comincia un gioco paranoico di seduzione e di ricatti; il ragazzo è confuso e inorridito, ma viene gradualmente soggiogato dall’energia e dalla perspicacia di quella mente rozza e orgogliosamente solitaria.

«Siamo una coppia di guerrieri», gli mormora ogni volta, commosso, Callan, alla fine di devastanti libagioni e dei più sconnessi discorsi. Per Swanson è il distacco dalla realtà: perde gli amici, la ragazza, è dentro un gorgo d’ottuso cameratismo, di limacciosa e sfrontata virilità, e sarebbe infine preda del sergente se il solito angelo custode, nelle vesti della dimenticata fidanzatina francese, non lo traesse in salvo. E qui prende la rincorsa il grido disperato dell’amour fou che, prima ringhia e sbraita, balbetta incomprensibile e minaccioso, s’ammutolisce nella prostrazione e nel ridicolo, e s’inquadra, in una sua grandezza solitaria e tragica, nella massiccia sagoma del sergente maggiore Callan che abbandona il campo, cacciato con ignominia, scomposto e irriconoscibile mentre va incontro alle parole appassionate che non ha mai saputo esprimere, e che mai pronuncerà perché sarà il colpo sordo di un fucile a dire al ragazzo indifferente tutto l’amore.

85 – Eduardo Mendicutti, Sette contro la Georgia

Davanti a un registratore le confessioni inviperite di sette travestiti che, per protestare contro la legge che condanna i rapporti di sodomia e di sesso orale (sotto la presidenza sciagurata di Reagan), incidono le proprie gesta erotiche e le spediscono al capo della polizia dello Stato della Georgia. È una minaccia di «terrorismo sessuale», un elenco di tutto ciò che si può fare (o sognare) con i maschi. Con un muratore, per esempio, che esce arrapato da un cinema e «si dà manate sulla patta dei pantaloni, gonfia come un quotidiano pieno di supplementi», e incontra fatalmente la Balcone: «… Io con le mutande fradice e le tonsille divaricate come le braccia di madre Teresa di Calcutta […] e mi sarebbe entrata in gola tutta la popolazione dell’India, le piramidi d’Egitto, i giardini pensili di Babilonia, l’Alhambra di Granada, la Valle di Giosafatte, le opere complete di Pio Baroja e soprattutto il mostruoso attributo di quel maschione sul punto di scoppiare…». È un verbale irresistibile e trascinante con atlanti del sesso che toccano i cessi aeroportuali di Budapest e delle Hawaii, con nonni afflitti da perenni erezioni, cameriere guardone, manovre militari di pornobattaglioni, in uno sfoggio stilistico davvero sublime e beffardo. Mendicutti sta al camp letterario come Almodóvar a quello cinematografico.

86 – Marcel Proust, Sodoma e Gomorra

In quell’immenso arazzo narrativo che è LaRecherche, un personaggio serve all’autore ad affondare la sua indagine sulla «razza sodomitica», il signore di Charlus che, proprio all’inizio di questo quarto volume, è sorpreso – sornione come un calabrone che ronza attorno a un fiore – ad adescare il domestico Jupien. Da questo episodio nasce un’articolata riflessione sull’omosessualità, le sue tipologie, i tic e le manie, il parallelo tra la razza ebraica e la race des tantes, le meccaniche del piacere che pretendono luoghi, ritualità e oggetti nell’ottica di un piacere “mediato” (il desiderio secondo l’altro).

E sempre inseguendo il signor di Charlus, Proust infila la testa in quel Tempio dell’inverecondia che è il bordello gestito da Jupien (nel settimo volume, Il tempo ritrovato)dove si consumano, al ritmo di fruste e catene, le più eccessive sottomissioni, mentre un’epoca danza sull’orlo dell’abisso e Parigi è come Sodoma, in attesa del fuoco, e si pigia nelle cantine e nei rifugi antiaerei, a cercare la «pronta risposta del corpo» e a celebrare «tra i boati vulcanici delle bombe, sotto un bordello pompeiano, riti segreti in tenebre di catacombe».

87 – Aldo Busi, Sodomie in corpo 11

Con piglio ribaldo e una passione dichiarata per gli incontri, d’ogni genere e sotto qualsiasi latitudine, Busi trascina il lettore attraverso un atlante scombussolato di spostamenti e di malizie erotiche – e di personaggi paracadutati da altri romanzi – quasi a perdifiato, senza il tempo di farlo riavere dai lividi e dalle sorprese, rapito, sconcertato, e ogni tanto depositato all’ombra di saporose riflessioni sulla scrittura che fanno sottotitolare Sodomie: un romanzo di non viaggio, non sesso e scrittura.

«Non si può delegare il buco del culo a nient’altro che a se stesso: liberandolo nella vita e sciogliendolo dalla parola affinché si divertisse in pure imprese di sé […] Come premio mi sono ritrovato finalmente a faccia a faccia con il tema per eccellenza della lingua: la lingua».

Si delinea ancor di più quella «storia di autoeducazione selvaggia» Seminario sulla gioventù(1984), che procede da un’infanzia dura e terrigna nelle campagne bresciane fino alle luci delle Folies-Bergère e continua per altre seduzioni e fughe e rivalse, in modi picareschi e dentro una scrittura di vorace generosità.

88 – Stefan Zweig, Sovvertimento dei sensi

Morto suicida in Brasile nel 1942 per non aver retto alla distruzione bellica dell’Europa, il viennese Stefan Zweig, ebreo e cosmopolita, consegna a questa novella la sua educazione sentimentale; con uno stile forse un po’ enfatico ma con un nucleo d’ispirazione poetico e originale.

Il sipario si apre sulla premiazione del protagonista, un docente universitario giunto al suo sessantesimo compleanno. Il regalo è un’opera che gli ha dedicato un’équipe di filologi – una vera e propria biografia di trent’anni di insegnamento accademico –  dove, constata, «non fu omesso nessun particolare: non un componimento, non un discorso, non la più insignificante recensione». Eppure, conclude tra sé il festeggiato, qui dentro manca l’essenziale, non si coglie «il segreto del mio sviluppo spirituale».

E con abile flashback ritorna indietro, al primo anno d’università, quando, giovane allievo, scioperato e vacuo, si incontra con il maestro che non ha eguali, un docente di letteratura inglese, esperto di Shakespeare e degli elisabettiani, che come Socrate fa da levatrice alla sua anima.

Ecco come lo descrive: «La testa d’un antico romano, la fronte marmorea alta e arcuata […] il volto fin troppo delicato, quasi femmineo nella liscia rotondità del mento […] Quel che la fronte in alto aveva di virile […] si scioglieva nella bocca mutevole».

Come nell’amato Erasmo in cui si identificava, il maestro ideale, per Zweig, è l’umanista in ritardo e fuori tempo, che nobilmente protesta ma senza efficacia, è affascinato dalla religiosità e da un confuso umanitarismo, si rivela inadeguato ad affrontare la complessità della sua tragedia epocale.

Il professore del racconto ne è il ritratto esemplare, perché assomma l’impotenza affettiva a quella intellettuale. Le lezioni che tanto affascinano gli allievi resteranno pura declamazione perché non saranno mai trascritte e raccolte; il legame con la moglie è di sola convenienza; l’attrazione per il ragazzo si arresta alle soglie dell’interdetto.

Schizofrenicamente scisso, il maestro non può che stabilire legami contraddittori, seminare attrazione e repulsione, momenti di complicità e improvvisi geli che disorientano l’allievo, quasi a farlo impazzire, perché incapace di leggere nella parte buia di quella relazione, là dove il maestro ha sotterrato la vergogna della sua “diversità” sessuale. E quando arriva la confessione è fatalmente tardi.

Eppure, cinquant’anni dopo, l’allievo diventato insegnante accademico, così conclude : «Non l’ho mai più visto […] nessuno si ricorda più di lui […] Ebbi padre e madre, moglie e figli […] ma a nessuno debbo quanto a lui; non ho amato nessuno più di lui».

89 – Dominique Fernandez, La stella rosa

Con due versi di Penna, Amore, amore/ lieto disonore, comincia questo bel romanzo di Fernandez, che già nel titolo adombra la sorte e la condizione dei cosiddetti «ebrei della sessualità». Il protagonista, David, è un giovane intellettuale omosessuale che si racconta fin dall’infanzia, dai giorni dell’occupazione nazista di Parigi nel 1943, quando cominciano i primi turbamenti erotici davanti al quadro II sonno d’Endimione, dove un efebo nudo e dormiente, sdraiato su una pelle di pantera, è come scoperto dal raggio della luna; e poi il collegio, la prima seduzione subita nella calca del metrò da uno sconosciuto «tartufo dal cappello floscio»; l’incontro con personaggi assolutamente “eccentrici” come il signor di Baion che invia telegrammi a se stesso per poter accudire, lavare, nutrire, abbigliato da massaia, il giovane e ricciuto fattorino, finché non viene derubato e ucciso; fino al maggio della contestazione, quando l’amico Alain viene afferrato per i capelli, come Assalonne, e il suo inguine ridotto a poltiglia dai calci dei poliziotti.

È un excursus rapsodico che intreccia amori e saggistica, letteratura, arte e corrispondenze epistolari, nello stile del miglior Fernandez.

90 – Dario Bellezza, Storia di Nino

Apparso nel 1970 con il titolo L’innocenzadescrive il risveglio – come annota Moravia – da uno stato di grazia e naturalità alla coscienza della corruzione.

Nino vive in collegio fino a quindici anni, mantenuto da tre misteriose zie che abitano a Roma. Quando, finito il ginnasio, torna a casa, trova che il palazzo è sprangato e delle zie nessuna traccia. Cominciano qui le (dis)avventure: conosce le voglie di un convento di frati, si prostituisce per strada, viene accolto da una donna che dice di essere sua madre, ritrova le zie attraverso un necrologio, le raggiunge in manicomio. Tra sogno e realtà, la storia si dipana come una discesa agli inferi, come una presa di coscienza d’una corruzione senza scampo, quasi la necessità, al tempo stesso masochistica e compiaciuta, di une saison en enfer.Gli preferiamo il Bellezza poeta, sulle cui InvettivePasolini annotava: «È inviluppato nella sua vita privata come in un vestito sporco, chiuso nel suo caso come in uno stambugio dall’aria irrespirabile […] continuerà a “cercare Padrone” ad “andare verso ubbidienza”». E ricordiamo questi versi: «Io, con gli occhi bendati, assente, / sbandito uccello della notte / perso in un inutile richiamo / batto nel freddo i piedi / e la mia storia solo da me saputa / si perde…»

 

L’mmagine: Egon Schiele, “Uomini accoccolati (Doppio autoritratto)”, 1918.

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