Milleuna

La biblioteca segreta. Quinta puntata

Ivan Teobaldelli è, fra le altre cose, l’autore del romanzo Esercizi di castità (Einaudi, 1993) e il co-fondatore e direttore della pionieristica rivista Babilonia. Nel 1997 ha pubblicato La biblioteca segreta. Cento romanzi che raccontano l’amore omosessuale (Sperling & Kupfer), un personale canone di opere letterarie del Novecento stilato «in nome di che? Della libertà, beninteso, e delle legittime ragioni del cuore». il lavoro culturale è felice di ripubblicarlo per intero, in dieci puntate: questa è la quinta. Qui le puntate precedenti.

la biblioteca segreta

 

41 – Jean Cocteau, Il libro bianco

La grande versatilità in molte discipline (poesia, pittura, cinema, teatro) ha sempre favorito su Cocteau un giudizio vagamente sprezzante di “dilettante”. In questo libro, pubblicato anonimo a trentotto anni, Cocteau sembra cercare un punto fermo di interpretazione della sua vita, risalendo agli anni giovanili della scuola, all’apparizione dell’«angelo» – e qui è il compagno di classe Dargelos, bello, torvo e sprezzante – che impersonificherà costantemente tutti i suoi amori. È lo stereotipo che in Whitman si presentava nelle spoglie del “carpenter”, in Genet del “matelot”, in Pasolini del “borgataro”. È forse, in filigrana, un omaggio al ragazzo più amato da Cocteau, lo scrittore di quindici anni, Raymond Radiguet, autore di Le gote in fiamme e II diavolo in corpo, dalla «indimenticabile faccia d’assassino», che non volle mai corrispondere a quella passione e «il cui cuore era talmente duro che per graffiarlo occorreva la punta di un diamante». La confessione va avanti e Cocteau affronta, con il noto acume, temi che saranno «a futuro dibattito», come la sessualità infantile, il sadomasochismo, il machismo, il voyerismo, la droga, il matrimonio di copertura, la coscienza cristiana e l’omosessualità. Al solito, insaziabile.

42 – David Leavitt, La lingua perduta delle gru

«Siamo la cosa che amiamo». Dal pretesto del caso clinico di un bambino abbandonato in una stanza che imita i movimenti e i rumori delle gru di un cantiere edile, apprendendo così il suo primo linguaggio, Leavitt racconta ancora una volta, come in Ballo di famiglia, una storia famigliare che esplode quando la madre, donna energica e intelligente, scopre di colpo, durante una cena, che il marito e il figlio corteggiano senza ritegno un giovane istruttore.

Sono entrambi omosessuali: il mondo le cade addosso; soprattutto è infuriata per non avere capito in tutti quegli anni di matrimonio i sentimenti più profondi e nascosti del marito. Definito «neosalingeriano» e capofila dei guppies (gli scrittori gay e yuppie), David Leavitt sembra particolarmente affascinato dai riti di una middle class americana che vive tra la California e New York, in un girotondo di quotidiana infelicità, tra madri incancrenite e adolescenti atonici, conversazioni in tempi sospesi (il party, il week-end) e in spazi artificiali (la piscina, il giardino, la veranda). Ne risulta la foto levigata d’una società urbana, colta e disinvolta, che affronta i drammi con stile e soluzioni “minimaliste”, e le generazioni, civilmente, non si scontrano mai.

43 – George Reve, Il linguaggio dell’amore

Già nel titolo, la trama: uno scrittore di mezza età riesce a tenere viva una relazione raccontando al ragazzo, sdraiato nel letto accanto a lui, un’inesauribile fiaba erotica. È una Sherazade dell’erezione, che intreccia trame che si ramificano e si fondono tra loro per tener desta l’eccitazione del ragazzo fino a far scoppiare «il miracolo».

Solo che al posto di Ali Babà e dei quaranta ladroni appaiono caverne di sogni sadomaso, equipaggi di marinai e di schiavi fustigati e tutto un immaginario erotico costruito sui temi della sofferenza, dell’asservimento e della ritualità religiosa.

Appare persino la Madonna (il libro è dedicato «alla consolatrice degli afflitti»), e l’unione sessuale diventa paragonabile alle «nozze mistiche» che riconciliano la divinità al mondo, in una sospensione sacrilega di realtà e fantasia, di visioni celestiali e dettagli truculenti, in una prosa perfetta, lavorata al bulino di un grande virtuosismo.

Reve è il maggior scrittore cattolico olandese (si convertì nel 1966, l’anno stesso in cui fu processato per vilipendio alla religione); in Italia è conosciuto perché dal suo romanzo II quarto uomo è stato tratto un film da Paul Verhoeven. Non ama essere definito un libertino perché nelle sue opere la sessualità assume sempre una dimensione sacrale, e i suoi ragazzi non sono mero strumento di piacere ma agnelli sacrificali offerti alle divinità dell’amore, del dolore e della morte.

Da restare increduli!

44 – Bernardino di Tegerone, La lunga notte di Singapore

Stava collaborando alla terza sezione del Kinsey Report, Bernardino del Boca dei conti di Tegerone e di Villaregia, studioso e tra i primi “militanti” italiani della causa omosessuale, quando nel 1949 intraprese questo viaggio attraverso la Malesia, il Siam, fino a Singapore.

Pedanti e senza afflato le prime due parti, il diario prende il volo a Singapore, «malefica città che ha gettato su di me una febbre che mi lega alle sue strade», perché dopo tanti platonici sdilinquimenti e reiterati «nessuno capisce cosa voglio», incontra un ragazzo eurasiatico, Vivien, che fa la maschera e il gigolò al cinema Cathay, e gli porta tranquillamente a casa tutti i ragazzi che vuole.

Tra i quali il bel cinesino Jimmy Wong, e il suo splendido mondo di contrabbandiere sexy e prepotente, che gli fa perdere definitivamente la testa. E nel diario, tra annotazioni sulla pederastia greca e sul feudalesimo giapponese, teorie sul «terzo sesso» e feste principesche del figlio del sultano – che «ama tanto il lamé d’argento» – le pagine scorrono veloci come le notti tra le braccia di splendidi ragazzi, tanto che il Nostro annota, dopo l’amore: «Ma io, io che fui vicino al cielo, io so che non fu peccato». Non servì: il libro, all’uscita, fu subito “cristianamente” sequestrato.

45 – Mario Fortunato, Luoghi naturali

Sono nove racconti costruiti a incastro dove gli eventi del vivere quotidiano (i luoghi naturali) sono situazioni estreme come la droga, il carcere, la pazzia, l’omosessualità, la paura del contagio.

Ambientati nella città, dove il disagio di vivere (o di non vivere) si serve di “devianze”, di traumi, per stabilire il contatto e la comunicazione, hanno un ritmo e uno stile “metropolitano”: «La città ha qualcosa di alcolico, sa di disinfettante. Le luci sembrano convergere verso un colore rosato, pungente. Persino i fari delle macchine appaiono omogenei a questa rarefatta intensità primaverile, sfrecciano per la strada lasciando nell’aria un senso di nettezza, di linearità». Tutto è desolatamente rapido e veloce, senza pause né ingorghi; anche il dolore, che viene raccontato nella sua «laicità» perché è un dolore che non rende affatto “migliori”.

46 – Ameng di Wu, La manica tagliata

È un’antologia di cinquanta brevi racconti sugli amori omosessuali maschili nell’antica Cina, una testimonianza sul raffinato erotismo di un’epoca in cui gli imperatori scrivevano poesie ai favoriti e, per non svegliarli, si tagliavano la manica su cui s’erano addormentati – di qui il termine tuan-hsin, tagliare la manica, che divenne sinonimo di omosessualità maschile – soffrivano pene cocenti d’amore e invitavano poeti, cantori, draghi lascivi e spiriti-volpi ad ammirare le grazie e i capricci del prediletto.

In uno studio molto complesso, La vita sessuale nell’antica Cina (Adelphi, 1987), il sinologo R.H. van Gulik esamina i costumi sessuali di tremila anni di storia, fino al XVII secolo d.C. E un alternarsi di epoche liberali e sessuofobiche, con la moda dei favoriti che ascende e declina a seconda delle dinastie. Feroce e fosca quella degli Han, dove «i giovani maschi indossavano berretti di fagiano dorato e cinture di gemme, usavano imbellettarsi il volto e frequentavano la camera da letto dell’imperatore Hui-ti», ma prima o poi ci lasciavano la testa; quasi antesignana della nascita del MIT (Movimento Italiano Transessuali), la dinastia dei Sung meridionali (XII-XIII secolo d.C.), con i giovani prostituti maschi che «passeggiavano per le strade vestiti e truccati come donne e si erano organizzati in corporazione». Tutto finisce nel 1911, quando scompare la dinastia Manciù dei Qing, che aveva sempre protetto e favorito gli amori con i giovanetti (xianggong), educati al canto e alla poesia, e affittati per banchetti e feste a prezzi molto superiori di quelli delle cortigiane. Dopo di allora, i lager di rieducazione.

47 – Vittorio Pescatori, La maschia, L’odalisco, L’animalo

È la raccolta di tre romanzi, un ideale trittico attorno a un unico protagonista, Teo, che ne La maschia (Re Nudo, 1979), con il nome di battaglia di «Teiera», tentava di farsi amare da Habib e di sopravvivere nella prima comune gay di via Morigi a Milano, accanto a personaggi del calibro della Telefunken, di Kaloderma, Bokassa II e l’imperatrice Victoria.

Quando Habib improvvisamente sparisce, arriva la polizia e sgombera la comune: fine del più spettacolare e gayo tentativo italiano di ridefinizione delle teorie gramsciane in funzione di un’equa e imparziale ridistribuzione di rimmel e fondotinta. Di qui il celebre slogan: «E ora, e ora, il trucco a chi lavora!»

Dopo questo terremoto, a Teo non resta che sbarcare in Tunisia, alla ricerca del crudele amante, che ritroverà più maschio e protervo di prima, tanto da essere obbligato alla prostituzione, e così incontra ogni sorta di delirio cinematografico e di sgangherate quotidianità (caproni puzzolenti e suocere praticone, la noia del tè alla menta e le lenzuola esposte come vessillo nuziale), fino a confondere un’oasi tunisina con «Morocco» e a incedere, novella Dietrich, «come una diva pazza e velata, verso l’orizzonte di sangue e di fuoco».

E della vendetta: perché finalmente nella terza parte della saga, L’animalo, i nostri vengono assaliti da una banda di predoni e il truce Habib è preda delle voglie cupide dei briganti che in numero di otto, a turno, lo violentano. Come volevasi dimostrare.

48 – Edward M. Forster, Maurice

Uscito postumo e amaramente «dedicato a un anno più felice», il libro nasce con una precisa intenzione dell’autore: «Avevo stabilito che, almeno nella narrativa, a due uomini fosse lecito innamorarsi e restare tali per quella durata perpetua che la narrativa consente». E la storia del giovane Maurice Hall, «prestante, sano, fisicamente attraente, mentalmente torpido», il classico prodotto dei sobborghi di Londra, che vive durante gli studi una relazione amorosa e del tutto “platonica” con un compagno, Clive, dal temperamento “ellenico”, idealistico e casto, tipico figlio di Cambridge. La relazione dura tre anni, finché Clive – spaventato dall’arresto dell’eccentrico Risley (caricatura di Lytton Strachey) che dava la caccia nei pub ai militari squattrinati – non decide di passare nel campo delle donne e lascia Maurice nel disorientamento più atroce. Ormai “risvegliato”, spaventato dalle atroci conseguenze che la legge inglese prevede per quell’inclinazione – «Io sono un innominabile della razza di Oscar Wilde» – Maurice ricorre anche a delle sedute ipnotiche per guarire. Ma come in una favola sbuca dalla brughiera, di notte, il guardiacaccia Alee, che dimostra vigorosamente a Maurice di non condividere affatto né la distanza di classe né le fobie omosessuali. Ultime resipiscenze del padroncino: «Il sentimento che spinge un signore verso un individuo d’umile estrazione, si condanna da se stesso»; pronta ringhiata del subordinato: «Io potrei ammogliarmi anche domani se mi piacesse»; un buffo e pasticciato, reciproco tentativo di ricatto, ed ecco il lieto fine: sul fiume, due cuori e una capanna. Ma è davvero una favola se ventidue anni dopo aver scritto Maurice, Forster nei diari annota, puntiglioso e dispiaciuto: «Voglio amare un giovane forte del basso ceto e essere amato da lui e persino ferito da lui. Ecco per che cosa ero nato, e pensare che ho voluto scrivere romanzi rispettabili…»

49 – Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

Apparso nel 1951, nell’epoca d’oro dell’esistenzialismo, quando Sartre e Camus erano vangelo, è la rivisitazione del tentativo politico e culturale di Adriano di ellenizzare l’Impero romano.

«Solo un’altra figura storica mi ha tentato con insistenza quasi eguale: Omar Khayyam, poeta astronomo; ma la vita di Khayyam è quella del contemplatore e dello spregiatore puro; il mondo dell’azione gli è troppo estraneo».

Così annota la Yourcenar, ai margini di quest’ardua impresa che – dice – le fu suggerita da una frase indimenticabile di Flaubert: «Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo».

Il romanzo si apre con l’imperatore che si reca dal suo medico Ermogene per un ennesimo, inutile consulto. Adriano è stanco e malato, con i giorni contati. Non gli resta che ripercorrere a ritroso, in un viaggio tutto interiore, una vita intrecciata di ambizioni e di fallimenti. Tutte le energie dedicate a un progetto: trasformare Roma, materialista, inerte, guerrafondaia, in un faro di cultura greca, la sola che avesse inventato e applicato una teoria della politica e del bello.

Sul privato, invece, il disastro: alla scomparsa di Antinoo, è subentrato il vuoto e una calma deriva verso il Nulla, dove si riversano tutti i destini, anche quelli imperiali. La morte del giovane bitinio annegato nel fiume – dubbiosamente suicida – segna l’acme del dolore per Adriano che non si rassegna, e si scatena in un culto folle e sconsiderato dello scomparso, quasi un’idolatria, dedicandogli statue, monete, templi e città.

Così l’imperatore rivela il suo umanissimo impasto di contraddizioni: solare e spleenetico, incline alla speculazione e alla prassi, tentato dall’edonismo e dalla vita ascetica, dal rigore intellettuale e da accesi lirismi.

Se nemmeno l’amore perfetto e corrisposto di Antinoo poteva risolvere la solitudine – «L’amore è un castigo per non essere riusciti a rimanere soli», scrive in Fuochi la Yourcenar – non resta all’uomo-Adriano che la rassegnazione: «… ho compensato come ho potuto quella morte precoce; per qualche secolo almeno sussisterà un’immagine, un riflesso, un’eco fievole di lui».

Ora anche l’imperatore è pronto a «entrare nella morte a occhi aperti».

50 – Michel Tournier, Le meteore

«Lo spirito soffia dove vuole»; è il vento a schiacciare sotto tonnellate di immondizie il fratello di Alexandre, e costringe quest’ultimo, il cacciatore di ragazzi, l’alter ego di Tournier, alla direzione dell’azienda famigliare – Società Prelievo Immondizie Domestiche Urbane – fino a trasformarlo in «un dandy del pattume»; è «una brezza pollinica», una polvere seminale quella che si leva, al mattino, quando i collegiali scuotono le lenzuola macchiate di sperma; è una nave dei folli quella che viene sospinta dalla pazzia contro gli scogli, con il suo carico di innocenti mongoloidi; è un soffio del respiro, quel gergo «eolico», incomprensibile, con cui comunicano i due gemelli Jean e Paul, che non possono essere separati perché «quando si è conosciuta l’intimità gemellare, qualsiasi altra intimità viene subita come una disgustosa promiscuità».

Su un palcoscenico vasto come il mondo, dove si incrociano Berlino e Casablanca, i giardini giapponesi e l’epica della poubelle, e Dio appare come un pene dritto e duro, monumento eretto alla virilità, e l’omossessuale è «lo sparigliato alla ricerca del fratello-fratello con il quale rinchiudersi in un abbraccio senza fine», e al giardino zoologico il protagonista assiste al “presentatarm” proboscidale di un gentile guardiano di elefanti, e finisce ucciso, inseguendo un ragazzo “ubiquo”, di notte, dietro i docks del porto; tutto questo rincorrersi di vicende e agnizioni, di avventure iniziatiche e di teologia, di rovesciamenti di ruoli e di passioni, non è per Tournier che la rappresentazione di un crimine originale, di un comandamento mai compreso – «Amerai il prossimo tuo come te stesso» – perché «ogni uomo ha alle sue origini un fratello gemello. Ogni donna incinta porta in seno due bambini. Ma il più forte non tollera la presenza di un fratello con il quale bisogna spartire tutto. Lo strangola nel ventre della madre […] e poi se ne viene al mondo da solo, condannato alla solitudine».

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