Milleuna

La biblioteca segreta. Terza puntata

Ivan Teobaldelli è, fra le altre cose, l’autore del romanzo Esercizi di castità (Einaudi, 1993) e il co-fondatore e direttore della pionieristica rivista Babilonia. Nel 1997 ha pubblicato La biblioteca segreta. Cento romanzi che raccontano l’amore omosessuale (Sperling & Kupfer), un personale canone di opere letterarie del Novecento stilato «in nome di che? Della libertà, beninteso, e delle legittime ragioni del cuore». il lavoro culturale è felice di ripubblicarlo, in dieci puntate, nella sua integralità. Qui le puntate precedenti.

biblioteca segreta terza

21 – Severo Sarduy, Cobra

Si può tentare nella scrittura un’operazione simile a quelle che si effettuano a Casablanca per il cambiamento di sesso? Non è la scrittura «l’arte di scomporre un ordine e di comporre un disordine»? In questo si cimenta il cubano Sarduy, scrittore che possiamo definire “lezamo-limesco” in omaggio all’autore di Paradiso, e come lui soggiogato dallo stile barocco e “tropicale”.

Non c’è storia – la scrittura è l’arte del rammendo – ma un pretesto di scatenate vicende che s’aprono su una specie di bordello – «il Teatro Lirico delle Bambole» – dove Cobra canta il mambo nello spettacolo di mezzanotte e s’aggirano la Señora, la Cadillac che, con l’aiuto della Cosmetica, dei decotti e dei pittogrammi di Eustachio il Voglioso («Sono Assoluta» dipinto sul corpo di Cobra in hindi, bengali, tamil, inglese, kannada e urdu), tentano di correggere «gli errori del binarismo naturale». Come i piedi enormi di Cobra, «il suo inferno», che vorrebbe a tutti i costi rimpicciolire – la scrittura è l’arte della riduzione – o il miraggio d’amputarsi un’appendice superflua, il pene, in una fabbrica d’angeli tangerina – la scrittura non è l’arte dell’ellissi? – per essere «divina per cinque minuti in scena».

In un bar rococò appare William Burroughs; tra l’odore di orina e un poster di The Wild One, il Maestro, l’Illuminato, si spara l’eroina e risponde «criptico» sui massimi sistemi, mentre cinque selvaggi in motocicletta, incuoiati e lubrichi, ripetono la formula dell’OM.MANI.PAD.ME.HUM; e gira vorticoso l’universo di Sarduy – la scrittura è l’arte di ricreare la realtà – sardonico, oppiaceo, strabiliante, con i suoni e i colori che sembrano rubati al Doganiere Rousseau.

22 – Yukio Mishima, Confessioni di una maschera

È il primo romanzo di Mishima, fortemente autobiografico anche se “mascherato”, come il vero nome, Kimitake Hiraoka, e il gracile fisico per tutta la vita ossessivamente manipolato. Racconta di un’infanzia che già contiene, precocemente, tutte le sue ossessioni: l’odore delle divise dei soldati e la natura tragica del loro mestiere; il gusto per il travestimento che gli farà, da scrittore, esaltare e amare l’onnagata Miwa; la prima cotta per un compagno di scuola, il più prepotente, dal torace robusto e dalle ascelle già segnate da una fitta peluria: «per causa sua non può piacermi un intellettuale; per causa sua non mi attira una persona che porti gli occhiali; per causa sua cominciai a amare la forza […] l’ignoranza, i gesti rozzi, la selvaggia malinconia insita nella carne del tutto incontaminata dall’intelletto». E poi il tentativo tragicomico e doloroso d’innamorarsi d’una donna, la paziente Sonoko – baci senza sapore, carezze prive d’eccitazione – per dimostrare a se stesso d’appartenere alla norma.

Su tutta la confessione autobiografica, l’insoluta dicotomia che gli attraversa la vita: da una parte il Giappone, che esige un matrimonio eterosessuale e tradizionale, la prole, il culto del passato e dell’imperatore, lo sprezzo della vita, tutto ciò che nella parola bushido s’intende per codice di comportamento del gentiluomo. Dall’altra l’Occidente: il fascino della sua letteratura, del cinema, dell’arte – la prima eiaculazione avviene davanti al san Sebastiano del Reni – la scoperta degli studi di Hirschfeld e le pratiche sadomaso. E soprattutto la passione per i proletari, che Mishima fa risalire al suo primo brivido erotico, a quattro anni, davanti alla visione d’un fognaiolo, sporco e seminudo, fasciato da un paio di calzoni turchini: «Durante il giorno te ne vai per strada e non hai occhi che per soldati e marinai. Ecco i giovani che fanno per te, proprio dell’età che ti piace, ben abbronzati dal sole, col labbro schietto, incontaminati dalla minima traccia dell’intellettualismo».

23 – Charles Jackson, Il crollo del marito

Nella classica cornice d’una vacanza al mare, una coppia in crisi per abitudine e stanchezza, assiste all’arrivo di due sposini in luna di miele che sono l’immagine stessa della giovinezza. Sani e disinvolti, sempre lì a coccolarsi e a esibire a tutti un’invidiabile intesa sessuale, i ragazzi sembrano usciti da un dépliant turistico californiano. Lui, Cliff, è un biondo e splendido esemplare di maschio; è capitano dei Marines e nasconde dietro un’eccezionale prestanza fisica devastanti ferite di guerra e il desiderio “virilissimo” di tornare a combattere al più presto. Lei, Billie, sembra una Barbie in carne e ossa, molto carina e civetta, ma sinceramente innamorata. Per chi perderà la testa il complicato e malinconico professor John, neoscrittore e da anni frustrato insegnante d’inglese?

Ma naturalmente per il ragazzone, mentre aumenta l’indifferenza nei confronti della moglie Ethel, che l’accusa d’essere diventato estraneo persino ai figli. Probabilmente anche gli sposini proveranno un giorno la stessa stanchezza, ma intanto sono tutte fusa, in particolare Cliff, che con eccessivo cameratismo si struscia ed eccita il maturo professore, lo mette a disagio palpandolo dappertutto, gli fa balenare trascorsi omoerotici da caserma. Dall’esaltazione all’angoscia: sempre stonato nelle situazioni, ormai incapace di distinguere la casualità delle allusioni, la pacca amichevole da quella intenzionale, il professore si ritrova innamorato senza scampo di un ideale proibito di bellezza. Riuscirà a confessarlo alla moglie, purtroppo perdendola; anche al ragazzo lo dirà, scegliendo la strada più maldestra e pericolosa; ma a se stesso, che ormai è «un uomo bastonato a sangue e gettato a terra», screditato in famiglia e per il futuro nella vita accademica, quando saprà davvero raccontarlo?

24 – Anaïs Nin, Il delta di Venere

«Lasci perdere la poesia […] Si concentri sul sesso.»

Fu questo l’ordine perentorio che il bizzarro collezionista dette ad Anaïs Nin nel commissionarle la stesura di racconti pornografici, a pagamento (un dollaro la pagina). E la poveretta, in ristrettezze economiche, fu costretta a radunare gli amici per farsi aiutare.

C’è però una novità in questa prosa: la consapevolezza che il sesso descritto dalle donne è tutta un’altra cosa da quello registrato dagli uomini, ha uno sguardo e un ritmo molto diversi.

Molto godevoli tutti i racconti; in particolare «Il collegio», dove un gesuita indio, dal viso di satiro e dall’odore di animale, esibisce sfrontate erezioni davanti ai ragazzini e li confessa morbosamente.

Il più complesso è «Elena», che sembra ricalcare la scena della fumeria d’oppio in II puro, L’impuro di Colette, e il triangolo amoroso diventa un ottagono dove vengono coinvolte lesbiche, prostitute dal grande cuore, coppie gay di uomini, e persino una tenutaria di bordello, Maman, così esperta di patte maschili da poter descrivere i sessi senza vederli, tanto innamorata delle Guardie Scozzesi che sotto il kilt non portano niente – solo queste cosce gigantesche come colonne e la sacca dei testicoli – che fa finta di svenire alla parata per sbirciarli dal basso, e sogna «che si sarebbe volentieri trasformata in ciottolo perché le camminassero sopra».

25 – Frederick Rolfe, Il Desiderio e la ricerca del Tutto

Frederick Rolfe, detto Baron Corvo, è stato uno dei personaggi più anomali e misteriosi della letteratura inglese di inizio secolo. Misantropo e lunatico, omosessuale e vagabondo, ex seminarista e fotografo dilettante, carico di debiti e di smanie mistiche, in questa specie di autobiografia romanzata racconta i suoi ultimi anni di vita trascorsi a Venezia, in totale indigenza.

È lui Nicolas Crabbe, il protagonista, dalla corazza e dalle chele di granchio per reggere le avversità, ma «sotto il guscio tenero come burro, una massa labirintica di nervi sensibilissimi» che anela a incontrarsi con il compagno «per formare l’Uno» indivisibile e perfetto, e lo trova in Zildo, una ragazza-ragazzo salvata dal terremoto di Messina che adotta e porta via con sé. Sullo sfondo della vicenda il grande affresco meduseo di Venezia, con la sua lingua musicalissima, i gondolieri ribaldi e licenziosi, «le femmine rigonfie e callipigie, rauche, rozze, corte di gambe», gli erastiani corrotti e i falsi gentiluomini inglesi, la fame, il freddo e una passione sconfinata per la città, cangiante e incantatrice, dove volle morire in attesa che «il Desiderio e la ricerca del Tutto fosse premiata dall’Amore».

26 – Jean Genet, Diario del ladro

Della sontuosa e “nera” produzione di Genet scegliamo Diario del ladro perché è il romanzo dove di più «la sua vita si fa leggenda», cioè, leggibile. Ma è all’intero ciclo dei cinque récits — che comprende anche Nostra Signora dei fiori, Miracoli della rosa, Pompe funebri e Querelle di Brest — che è affidato lo svolgimento della poetica genettiana, quasi una cosmogonia dove s’incontrano «la costellazione del Marinaio, del Pugile, del Ciclista, dello Spahi…»

Dichiarando subito che è un esercizio vano voler distinguere tra vita e finzione letteraria (al riguardo, c’è la bella biografia di Edmund White), Diario del ladro è l’appassionata celebrazione del delinquente – ladro, magnaccia, gigolò, pulè corrotto o collaborazionista – che porta le stimmate del furto, del tradimento e dell’omosessualità come fossero «le tre virtù teologali». E poco importa la non vissuta Guayana, la Spagna picaresca del tutto inventata, gli Stilitano da fumetto per ragazzi.

Il macho è «gigolò prezioso», «piedistallo massiccio», «seme di costellazioni», «dito di Dio». «Passò l’Eterno sotto forma di magnaccia»: ed ecco avanzare Mignon, Botchako, Armand, Gorgui, Pilorge, Java, Harcamone.

Suo contraltare è la checca: Mimosa, Castagnette, Régine, Divina e tutte le zie-ragazze e le zie-ragazzi. Da questo incontro elettrico di opposti – «a Gorgui gli bastava sfregarsi un poco, con l’aria più sbadata il bozzo […] che quelle non potevano più staccarsi da lui che le attirava, come la calamita la limatura di ferro» – nasce la coppia ideale sognata da Genet, una fusione androgina che stempera i caratteri maschili e femminili e li rimescola.

Niente donne in questo universo coatto: «La sigaretta è la tenera compagna del carcerato. Questi pensa più a lei che alla sua donna lontana». A scambiarsi mozziconi di frase sono solo i maschi: «Il gergo serviva agli uomini. Era la lingua maschile […] Era come il piumaggio colorato negli uccelli […] Era la cresta, gli sproni».

Alle zie restano i vaneggiamenti: «Sono la Tutta Sola», «La Tutta Svergognata», «la Tutta Tutta» e infine: «Sono la T T». E i grandi, melodrammatici gesti. Come quando le Caroline celebrano il funerale di un pissoir, e in processione si recano a un vespasiano distrutto «a deporre un fascio di rose rosse legate con un velo nero», là dove c’era stata una delle tazze più sporche e amate, corrosa dall’orina calda di migliaia di soldati. «Le Caroline erano grandi. Erano le Figlie della Vergogna», e le loro voci stridule, i gridi e le imprecazioni non avevano altro scopo che di sfondare la cortina di disprezzo del mondo.

27 – Juan Goytisolo, Don Julian

Il tradimento, la contaminazione, tutto ciò che Hocquenghem teorizzava ne La beauté du métis, è il fulcro ardente di questo splendido romanzo di Goytisolo dal titolo originale Reivindicación del Conde don Julian, leggendaria figura di cavaliere cristiano che aprì le porte della Spagna ai Mori nel 711, per vendicarsi del re visigoto Rodrigo che aveva violentato la figlia Florinda. Ma il caso storico è un pretesto per condannare la Spagna e la presunta «purezza» della sua tradizione letteraria fondata sulla retorica e sul «casticismo» (chiusa in rigide caste e nell’astinenza sessuale), dove l’apparizione dell’arabo: «A me, guerrieri dell’Islam, beduini del deserto, arabi istintivi e rudi! vi offro il mio paese, entrate e saccheggiatelo», è una furia anarchica che destabilizza, uno stupro amoroso che rinsangua una pallida stirpe.

C’è un bambino continuamente presente «in quel luogo di cui non vuoi ricordare il nome»; «occhi grandi, pelle bianca: non c’è traccia di barba a profanare la morbidezza delle guance»; fissa incantato il movimento del serpente che «indaga, striscia e esplora, accarezza e nutre: pronto a sputare e a inoculare il veleno»; oppure è invischiato dentro la tela di un ragno dove s’impiglia sempre di più e «il tessitore assiste a quel divincolarsi con la caleidoscopica potenziata visione dei suoi otto occhi: aspetta: non ha fretta: e gli affonda dolcemente nel corpo le chele velenose, gli inietta il proprio succo gastrico […] e succhia».

Come può sopravvivere un popolo la cui alimentazione si basa sui ceci («là dove il francese dice cherchez la femme, il carpeto dirà cherchez le pois chiche») davanti alle zanne aguzze, i muscoli lisci di Tariq l’invasore, alla potenza della sua lingua «mirifico idioma del Poeta», «scimitarra o fulmine», «orchidea magnifica che avvolge e ipnotizza», «parola liberata da secolare servaggio»? Si scontrano due culture e chi perde è l’Occidente sterile e smidollato; sul culo del bambino, come su duna sabbiosa, s’erge la palma dell’arabo.

28 – Jane Bowles, Due signore perbene

Due signore di ottima estrazione sociale, non giovani, non belle, non intelligentissime, anzi un po’ squinternate, «magnificamente imprevedibili» e, a modo loro, generose, decidono, ognuna per proprio conto, di dare un calcio alla reputazione e alle convenzioni per scegliere la libertà e l’indipendenza. Questo, in sintesi, il fragile plot che si snoda, per Missis Copperfield, tra i bordelli di Panama, in compagnia di giovani prostitute spagnole e ossute negre che praticano con entrambi i sessi un eros scanzonato e disinibito. E come s’aggirasse dentro a un sogno, la stralunata signora beve gin e s’innamora, singhiozza e si mette a cantare nei locali malfamati, dona a tutti generosamente il denaro del marito e trova l’amore, beninteso, nella bella e ricciuta Pacifica. Missis Goering, invece, che fin da bambina ha esibito un temperamento mistico ed esaltato, abbandona gli agi e le comodità per vivere in una casa sperduta su un’isola, in compagnia d’una stramba signorina e di un eccentrico fannullone, inseguendo una personalissima vocazione «per l’ignoto», e di conseguenza inciampando nei tipi e nelle situazioni più scabrose.

Scritto nel 1943, resta l’unico romanzo di Jane Auer, scrittrice tormentata e moglie di Paul Bowles. D’ispirazione autobiografica (è perfetta la conoscenza degli ambienti, da quelli “alti” ai bassifondi), contiene in filigrana la tragica passione di Jane per Charifa, una venditrice tangerina di sale, un po’ maga un po’ imbonitrice, che la precipitò in un vortice di ricatti e di plagio. Ma è soprattutto un manifesto dell’emancipazione femminile, con i dialoghi imbastiti sull’ironia e il grottesco, su un’apparente banalità carica d’allusioni e con un insieme di candore e di impudicizia che disinnesca il dramma e lo rende cinicamente salottiero.

29 – Edmund White, La bella stanza è vuota

Edmund White vive da molti anni in Europa, a Parigi, dove ha completato una monumentale biografia di Genet e ha confessato con molto coraggio, pubblicamente, la sua condizione di sieropositivo. È un’ulteriore riflessione proposta da chi ha sempre cercato, fin dalle prime opere Le gioie del Sesso e Notturno per il re di Napoli di descrivere i condizionamenti e le paure di un omosessuale che fa fatica a “venire fuori”.

La bella stanza è vuota è il prosieguo di Un giovane americano, il romanzo con cui White comincia il suo percorso autobiografico dal Midwest bigotto e provinciale degli anni Cinquanta, fino agli incontri con i pittori bohémien, i primi beatnik, il battuage alle toilette universitarie, i gay del Greenwich Village e il finale, eroico ed entusiasmante, della prima manifestazione di resistenza ai soprusi della polizia, il 28 giugno 1969 a Stonewall.

È l’accettazione della propria diversità omosessuale il filo d’oro che percorre i due romanzi, un itinerario solitario dove nessun aiuto viene dal padre «perennemente nascosto dietro il fumo del sigaro», né dalla madre preoccupata solo dei suoi fallimenti, e neppure dallo psicanalista pasticcione e ambiguo. È la letteratura la salvezza, e in particolare rincontro con le opere di Genet: «A vent’anni ero un omosessuale piccolo borghese, e non potevo che disprezzare i travestiti. Ero timido, un ragazzo molto inibito che sognava di fuggire di casa. Ebbene, Genet è stato un modello per me, perché ha mostrato, in un’America dominata dal bestseller e dal realismo, come la realtà omosessuale possa venire trasfigurata».

30 – Umberto Saba, Ernesto

«Quello che scrivo è così bello che la gente diventa come matta: è stato come se si fosse rotta in me una diga, e tutto affluisce spontaneamente.»

Così, in clinica, leggendolo solo agli intimi, Saba definiva la stesura di Ernesto, un libro «impubblicabile per una questione di linguaggio» ma libero da censure proprio in virtù di questa programmata segretezza.

La storia di Ernesto è quella di un adolescente triestino di sedici anni, curioso e sensualmente disinibito, quindi «incorrotto», che vive il suo primo rapporto sessuale con un facchino di porto, ne registra il piacere e il turbamento prima di andare incontro a un tranquillo futuro di adulto. Ma il racconto è incompiuto e resta focalizzato sul corteggiamento delicato e deciso dell’uomo, sulla naturalezza dei gesti e del desiderio, e di una lingua musicalissima come il triestino.

«Noi lo meti miga tuto?» disse Ernesto.

«E1 xe mato?» sorrise l’uomo. «Un gnente, apena in punta.»

«Già. Adesso el disi cussì… Ma dopo, se el comincia a ciapar gusto…»

«Piuttosto de farghe mal a lei, me lo taierio solo.

 

[l’immagine è l’opera di Egon Schiele “Doppio autoritratto”, 1915]

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