Milleuna

La biblioteca segreta. Seconda puntata

Ivan Teobaldelli è, fra le altre cose, l’autore del romanzo Esercizi di castità (Einaudi, 1993) e il co-fondatore e direttore della pionieristica rivista Babilonia. Nel 1997 ha pubblicato La biblioteca segreta. Cento romanzi che raccontano l’amore omosessuale (Sperling & Kupfer), un personale canone di opere letterarie del Novecento stilato «in nome di che? Della libertà, beninteso, e delle legittime ragioni del cuore». il lavoro culturale è felice di ripubblicarlo, in dieci puntate, nella sua integralità. Qui la prima puntata e la prefazione.

Biblioteca segreta

11 – Violette Leduc, La bastarda

Pubblicato nel 1964, La bastarda fu un caso letterario che trasformò un’autrice, passata fino allora inosservata, in un personaggio da rotocalco, in una scrittrice “scandalosa”, in un’eccentrica che a sessant’anni indossava la minigonna e andava in giro in compagnia di giovani omosessuali.

Già nel titolo c’è tutta la sincerità dell’autobiografia: davvero Violette fu figlia illegittima e bastarda di una donna di servizio, cacciata via perché sedotta e messa incinta da uno dei figli di un ricco borghese. La madre Berthe riversò sulla figlia tutto il dolore e il rancore di una donna sconfitta: «Ogni mattina [mia madre] mi faceva un dono tremendo: quello della sfiducia e del sospetto. Gli uomini erano tutti dei porci».

Amata solo dalla nonna, «l’angelo Fidéline», Violette è convinta di non piacere e persino di far paura. «Un errore vivente fin da piccola […] Mia madre non m’ha mai stretta la mano.» Eppure ispira passioni, nonostante la sua bruttezza, in Isabelle, Hermine, in Gabriel che la sposa, in Sachs. Ma sono tutti rapporti destinati a essere penosamente distrutti: «Sono una mantide religiosa che divora se stessa». Solo la creazione letteraria — da autodidatta, voluta con tutte le forze — potrà salvarla. E così capita che una sera, al Cafè Flore, incontra Simone de Beauvoir, che legge il manoscritto de L’asphyxie e lo passa a Camus che lo pubblica presso Gallimard. Passa quasi inosservato. Dopo una cura di elettrochoc e di sonno in una clinica di Versailles, dopo il matrimonio a cinquant’anni con un muratore, durato pochissimo, Violette affronta il grande impegno dell’autobiografia. Uscirà in tre volumi: La bâtarde, La folie en tête e, postumo, La chasse à l’amour. Ha eseguito il comandamento che s’era dato: «Scriverò, aprirò le braccia, abbraccerò gli alberi carichi di frutti, li consegnerò alla pagina bianca».

12 – Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo

Come dentro un reliquiario — o nel cassetto più invisibile di un secrétaire — si conservano fiori secchi, biglietti, una ciocca recisa di capelli, così in queste memorie d’una collegiale — «di quel collegio immaginario da cui tutti siamo usciti» — si disegnano in filigrana le compagne che furono, i rituali torpori, le parole ordinate dall’obbedienza e dal rancore.

E fra tutti, il ricordo di Frédérique, l’amata, come apparve la prima volta: «I capelli dritti come lame, lucenti, gli occhi severi e fissi, ombrati […] le sembianze d’un idolo, sprezzante».

È la più perfetta, la più brava, la più disciplinata, Frédérique: «Ossessivamente ordinata come i suoi quaderni, come la sua calligrafia, come i suoi armadi». Ma è irrimediabilmente distante, «tagliente come una mezzaluna in un cielo d’Oriente», nello sguardo «una velatura plumbea e opaca, un che di cattivo».

Le partenze e gli arrivi scandiscono la vita ordinata del Basler Institut. La morte del padre porta via per sempre Frédérique. Accompagnandola al treno: «Mi dichiarai, dichiarai il mio amore». «Ne soit pas triste.» «Un’aura di catastrofe coprì il paesaggio. L’irrimediabile giungeva a me in una delle più belle e limpide giornate dell’anno».

Frédérique è scomparsa, non si farà più viva neanche con una lettera. Casualmente, viene rivista a Parigi in una sala della Cinémathèque. È sempre lei, «ordinata, perfetta, quasi da provarne orrore». Racconta di parlare di notte, nella sua stanza, con i morti.

«Notai per la prima volta un’opacità nello sguardo, un che di perduto, una foschia.» Ha tentato di bruciare la sua casa di Ginevra; dopo vent’anni è ospite di un manicomio. La sua follia è stata una mina a orologeria: innescata in quei luoghi «dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate, quando stava in manicomio», ha disintegrato la sua anima e anche il ricordo di quel pascolo di mansuete sottomissioni che era un collegio dell’Appenzell. Non esiste più nessun collegio a Teufen. Adesso c’è una clinica per ciechi.

13 – Alan Hollinghurst La biblioteca della piscina

Che genere di libri si sfogliano in una fantomatica biblioteca della piscina? Lo sa solo chi è stato allievo nel collegio di Winchester, come William Beckwith, il protagonista del romanzo, che in piscina e nell’adiacente spogliatoio organizzava orge notturne con i coetanei. E di sicuro lo sa anche l’ottuagenario lord Nantwich che dello stesso collegio, sperimentato sessant’anni prima, ricorda: «Oh, non ci sarà mai più un periodo di così grande libertà. Era l’incarnazione del piacere». Ma non è l’unica cosa che unisce i due. Il fato ha voluto che s’incontrassero in una situazione alquanto tragica e bizzarra: in un pissoir, con il vecchio steso a terra da un «coccolone» e il buon Will a praticargli la respirazione a bocca a bocca per riportarlo in vita. Segue una proposta: il più giovane potrebbe lavorare alla biografia dell’altro, consultando gli appunti e i diari di un’esistenza molto intensa e sfrenata. Li lega il lignaggio aristocratico, l’amore per gli uomini, la preferenza per i neri dalla grande nerchia, e infine una vocazione pedagogica: «I giovani sanno pochissimo dei vecchi, e viceversa»; non potrebbe essere un’utile trasmissione d’esperienza?

Ne avanzano di pretesti per disegnare un affresco quasi «petroniano» di Londra, dall’era uraniana del dopo Wilde a quella della militanza prima dell’Aids, due epoche così distanti che è stupefacente il modo con cui le tessere dei gusti e delle disavventure alla fine coincidono.

Con ritmo e ironia si intrecciano le vicende del giovane e dell’anziano dandy — quasi una sorta di omofiliazione — proiettate sugli schermi del passato e del presente, con i club privati che restano gli stessi, e così le marchette e le palestre frequentate da giovani sportivi proletari (meglio se pugili), in un crescendo d’erezioni e di coltissime digressioni — come la stele di Ekhnaton o il Billy Budd di Britten con quel che resta dell’affascinante Pears — e, suprema chicca, il reperto filmico d’uno stralunato Firbank, che pare il Sebastian di Tennessee Williams quando, bianco-vestito, è inseguito dall’orda famelica di mocciosi in Improvvisamente l’estate scorsa.

Con una nota dolente finale: che grattando appena lo smalto dell’edonismo e della promiscuità, riappaiono quelle che da sempre sembrano le maledizioni d’una fetta della società britannica: il poliziotto che adesca, l’incubo del ricatto, lo scandalo nella stampa e nei tribunali. Si sfilacciano le complicità e l’impudenza, e La ballata del carcere di Reading, a distanza d’un secolo, riecheggia spettralmente attuale.

14 – Hanif Kureishi – Il Budda delle periferie

Tra i protagonisti di una «internazionalizzazione della letteratura britannica» — come Rushdie, Amitav Ghosh, Naipaul, Ben Okri, Ishiguro — che a detta di Carlos Fuentes rappresentano una trasfusione di plasma per la stessa, a pieno titolo possiamo includere anche l’anglo-pakistano Hanif Kureishi. Già noto per essere stato lo sceneggiatore di Stephen Frears in My beautiful Laundrette e Sammy e Roste, Kureishi racconta ne II Budda delle periferie le ambizioni di un ragazzo mezzosangue anglo-orientale, in lotta sia con la tradizione dell’emigrato mussulmano sia con lo snobismo razzista degli inglesi.

Karim ha un solo sogno: evadere dal milieu piccolo borghese dei sobborghi per approdare nel mondo sberluccicante del cinema e del rock. Questo è il cocktail di personaggi anticonformisti che si muove nella Londra degli anni Settanta, mezza hippy e quasi punk, dove si celebra la contaminazione, gastronomica e musicale, degli abiti e dei comportamenti sessuali, e tutto sembra “comunicante”, libero da steccati. Con il padre di Karim (il Budda del titolo) che si fa cultore di filosofie orientali e seducente guru per ricche signore e registi alternativi, e il figlio che a questa scuola apprende in fretta a investire la sua giovinezza, in un ventaglio molto ampio di bisessualità, tra le braccia di uomini e di donne che gli servono da trampolino per diventare un promettente attore. Senza tanti scrupoli, senza la necessità di appiccicarsi addosso etichette.

15 – James Baldwin, La camera di Giovanni

Come il tipico “americano a Parigi”, il personaggio-chiave di questo romanzo, David, sbarca in Europa per una lunga vacanza e incontra «l’inferno». Il diavolo è Giovanni, bruno, sensuale, italiano, l’esatto contrario dell’altro, biondo, igienista, puritano, perfettamente wasp. Si amano per qualche mese, nella squallida stanza di Giovanni, sporca, disordinata, senza luce; è un terremoto per il pavido David, terrorizzato da questa «bestia» che si è ridestata in lui e da tutto un contorno di checche cinquantenni caricaturali, cariche di anelli e smorfie, nel cui cinismo e desiderio verso gli uomini mai si potrà riconoscere. Non riuscirà a sopportarlo e con l’arrivo di Hella, la scialba fidanzata, abbandona Giovanni a un tragico destino. Metafora fin troppo esplicita di un’America spaventata dalla “negritudine” e dal sesso, il romanzo ha il pregio di mettere a nudo, nel 1956, il conformismo e le ipocrisie dell’epoca, a cominciare dalla paura della contaminazione: «Tu vuoi essere pulito», grida Giovanni. «Credi di essere venuto qui cosparso di sapone, e cosparso di sapone credi di potertene andare… e nel frattempo non vuoi puzzare, nemmeno per cinque minuti».

16 – Lorenzo Tornabuoni, Carceri d’invenzione

È la rivisitazione (come le incisioni del Piranesi) di un periodo storico quasi intoccabile e seriosissimo, la Resistenza, dove un gruppo di partigiani, composto di soli uomini, vive la clandestinità e la guerriglia in un clima di cameratismo e di scatenate passioni omosessuali.

Poche le azioni di guerra, molti gli atti sessuali: «Vandalo si china sul suo sesso […] ne succhia il glande, lo lecca […] infine un fiotto di sperma si invola verso l’alto e ricade sulla mano di Vandalo. I corpi sudati, coperti a metà dai vestiti, giacciono folgorati, ansanti, intrecciati in tal modo da comporre il disegno d’una stella di mare». Gli amanti-partigiani appaiono in tableaux vivants che l’autore-pittore si diverte a pennellare «con una mano sola»: «Eretto, bellissimo, ingioiellato dalle stille di sudore come da una rete tempestata di perle, muscoloso e torvo come uno schiavo di Delacroix»; sanno di andare incontro al sacrificio della vita, ma danzano su un palcoscenico cosi licenzioso che la loro lotta è un piano-sequenza interminabile di mitra lucenti, canotte sbrindellate, erezioni ipertrofiche, vino, sudore e polvere da sparo. Senza nessun accenno… di resistenza.

17 – Ronald Firbank, Il cardinal Pirelli

Considerato a torto un «minore» o un «dilettante» molto brillante, Firbank è piuttosto uno scrittore insieme frivolo e brillante, uno snob fuori del comune che sa rappresentare i personaggi del bel mondo sempre «sull’orlo di una crisi di nervi», in dialoghi dal ritmo sapido e velenoso che tessono l’elogio della futilità per scarnificare l’anima sotto i gioielli, i fiori, i maquillage, le convenzioni sociali.

Ogni minuzia è registrata: i mobili, le acconciature, gli abbigliamenti, i tic linguistici d’una dama deliziosamente fanée (come nella Principessa artificiale) o la malinconia e la raffinatezza d’un prelato ambiguo e devoto come il cardinal Pirelli che, avvolto in un mantello violetto di tela d’oro, in testa una mitra che sembra una fantastica mostardiera, insegue nel buio delle navate l’agile silhouette di un ragazzino che, «svelto come un Cupido», gli sfugge «sulle ali evasive di una risata» lasciandolo — lui, il Primate, «Sua Signoria Purpurea» — «nudo ed essenziale come Adamo».

Non dice allora una boutade, Firbank, quando confessa di essersi convertito al cattolicesimo — lui, dandy, esteta, cultore dell’occulto — soprattutto per amore dei paramenti e degli arredi sacri.

18 – Patricia Highsmith, Carol

Un inspiegabile malessere e un desiderio di evasione spingono Therese, la protagonista, a buttare a mare la relazione con Richard, perché vi intravede un futuro fin troppo prevedibile e senza passione.

La ragazza agisce senza nessun intento eroico, senza una decisione di fatto. Sembra non accadere nulla o quasi; eppure in una delle solite giornate, al reparto giocattoli dove lavora, ecco avanzare una donna bellissima e sofisticata, Carol, «alta, bionda, […] gli occhi, grigi, incolori…» che la turba e la soggioga. E la favola di Cenerentola sedotta dalla principessa azzurra che le spalanca le abitazioni e i gusti «squisiti» della borghesia newyorkese, facendola sognare a occhi aperti, tanto che «a tratti si sentiva come un’attrice, […] un’altra persona, incredibilmente ed eccessivamente fortunata».

È una passione prepotente e anche disperata, contrattata da Carol con un passato invadente — l’ex marito, l’affidamento della figlia, pedinamenti e ricatti — e difesa da Therese con mite determinazione, anche se poco sa o intuisce, a eccezione della sincerità del suo sentimento.

Il romanzo fu scritto quasi quarant’anni fa, e l’happy end finale è di sicuro sconcertante per i fedeli della Highsmith, «regina dell’angoscia». Come incredibilmente conciliante è la postfazione che la scrittrice aggiunse al momento della pubblicazione, nel 1989: «Therese potrà anche apparire una timida “violetta”, ma quelli erano tempi in cui i bar dei gay erano una porta buia in qualche recesso di Manhattan». E confessa di non aver più affrontato l’argomento per «evitare le etichette», che piacciono tanto agli editori americani.

(Anche se oggi ci godiamo la smentita, con Idilli d’estate, Bompiani, Milano 1996, ambientato proprio nei bar e nelle dark-room gay di Zurigo.)

19 – Giovanni Testori, La Cattedrale

«Le spine, le ferite, le stigmate, il sangue…»: confluiscono in questo romanzo di Testori tutti i temi e gli stilemi della sua poetica: la lingua piegata da secoli di sedimentazioni letterarie, la scena divisa tra un passato remoto (l’orafo di Chiavenna) e una brutale attualità (lo scrittore che assiste alla devastazione di Milano); l’apparizione fatale di un angelo di carne e di morte; lo sfacelo apocalittico della Cattedrale, invasa da orde di animali e, in controcanto, le gru e le bipenni che scavano un’altra cattedrale, la metropolitana, «piramide invertebrata e orizzontale, il cui faraone è una divinità senza faccia e senza miti».

In un’ardita contrapposizione di piani temporali, Testori tenta la scommessa, architettonica e stilistica, di coagulare una storia d’amore attorno al tragico perché della sua assenza.

Davanti alla Cattedrale (che è poi piazza Duomo), nel solito mercimonio omosessuale, uno scrittore, dal fisico tozzo «da toro calvo e un po’ folle», incontra lo sguardo di un ragazzo «dalla dolcezza profonda, straziata e presaga».

Con la tragica ritualità d’uno psicopompo, il ragazzo accompagna l’uomo nelle viscere del cantiere in costruzione e lo seduce. Poi chiede d’essere strangolato dalle stesse mani che lo hanno accarezzato.

Sotto una luna che è «stanca rosa», «memoria d’una corona», «domina longobarda», «suora di carità», «lucore di un astro nenufarico», s’avviano verso la tragedia finale i due amanti. Similmente, nella Lombardia barbarica, l’orafo trova il cadavere di un ragazzo ucciso. Al collo ha un segno viola, e tutt’attorno all’ecchimosi sembrano venire a galla le lettere di un nome che non si fa fatica a immaginare sia «Giovanni».

Interpretazione cristologica della passione: ci si immola per amore, per dare un senso alla vita. Di conseguenza, anche l’invenzione stilistica di Testori non può che modulare all’infinito la contrapposizione: sacro-blasfemo, peccato-purezza, carne-anima. Che calvario, che via crucis per un po’ di tenerezza!

20 – John Rechy, Città della notte

Romanzo affascinante e struggente (e in Italia passato inosservato), è la storia di una «marchetta», un ragazzo da marciapiede, che in un lungo viaggio attraverso gli States (New York, San Francisco, Los Angeles, Chicago, San Diego, New Orleans) sopravvive e sbarca il lunario vendendo la sua giovinezza e la sua indifferenza.

Si prostituisce con tutti: con «i paparini» che hanno moglie e figli, i lunatici intellettuali, il grande attore sull’orlo del declino, il feticista delle uniformi, l’uomo d’affari, le «regine» pazze, attento solo a non farsi coinvolgere, a restare ostinatamente solo.

Niente amici, nessuna frequentazione stretta, solo la strada e la ripetizione degli incontri — la vita è ciò che riempie il vuoto tra un orgasmo e l’altro — fino a quando non incontra l’uomo che per una notte lo mette di fronte a se stesso, a quello specchio in cui s’era rifugiato per non amare.

Grandissima saga picaresca, è un on the road gay degli anni Cinquanta, squisitamente autobiografico (anche se oggi l’autore, d’origine messicano-scozzese, insegna all’università). Come il viaggio in Europa del protagonista di La camera di Giovanni, così questa scorribanda attraverso gli States preannuncia il tema dominante di molta letteratura americana successiva: il coming out, il “venir fuori” dichiarandosi, che rivoluzionerà i rapporti e la vita stessa degli omosessuali, perché permetterà di ricostruire, fuori delle famiglie, un’esistenza fatta di relazioni scelte e coltivate.

[L’immagine qui riprodotta è l’opera di Egon Schiele Eduard Kosmack, 1910]

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