Fare ricerca

Dal BDSM all’educazione alla sessualità per adolescenti

Fare ricerca sulle sessualità, oggi, in Italia.

Fare ricerca sulle parole, sui gesti, sui silenzi e sui sospiri che caratterizzano la sessualità è un percorso profondo, discontinuo, sorprendente. Occuparmi di sadomasochismo e di educazione sessuale è (stato) spesso entusiasmante, a volte avvilente; mi ha insegnato a ridimensionare l’importanza delle certezze e a dare valore ai dubbi e ai desideri, compresi i miei. Ha travolto la persona che sono, e ancora oggi influenza la ricercatrice/formatrice che cerco di essere. La mia esperienza si colloca nell’ambito dello studio antropologico delle esperienze e delle rappresentazioni sessuali ed è finalizzata a valorizzarne la complessità attraverso modalità comunicative accademiche e non solo.

Come si coniuga lo studio del BDSM (Bondage, Dominazione, Sado-Masochismo) all’educazione alla sessualità per adolescenti? In che modo l’aver ascoltato fruste scuotere la carne, osservato aghi penetrare la pelle e l’essermi fatta legare con corde così strette da lasciare lividi, mi hanno aiutata a non aver paura davanti alle domande dei tredicenni: «Come faccio a capire se sono innamorato?», «Mi sento un po’ maschio e un po’ femmina, è normale?», «Veramente l’orgasmo ce l’hanno anche le donne?». E mentre disegno peni, vulve e clitoridi sulle lavagne dei doposcuola penso: fare ricerca è bello, è divertente, è faticoso ed è importante. Richiede impegno e creatività e nell’incertezza di questo mestiere, c’è tutta la sfida della divulgazione e della comunicazione (extra) accademica.

I casi etnografici da cui parte la mia riflessione sono due: un’indagine svolta tra coloro che fanno BDSM in ambito italiano e una ricerca-azione focalizzata su W l’amore, un progetto di educazione alla sessualità per adolescenti realizzato in Emilia-Romagna. Pur non sembrando molto legati tra loro, in entrambi si evidenzia quanto articolato e rilevante sia occuparsi di sessualità in maniera approfondita, curiosa e propositiva nel complicato contesto italiano. In gioco, infatti, c’è innanzitutto la possibilità di comprendere la pluralità delle sessualità e, in secondo luogo, di contribuire alla costruzione di una società inclusiva.

BDSM

Foto di Raffaello Di Lorenzo

BDSM

«Cosa si prova a farsi legare?»

«Beh, devi provare!» (Bologna, Ottobre 2008)

Per coglierne la complessità della sessualità da un punto di vista analitico ed esperienziale è utile evidenziare quanto questa sia definita da influenze contestuali1 e, allo stesso tempo, dall’agency dei soggetti, ovvero dalla loro capacità di agire, plasmare – in maniera più o meno autodeterminata – le proprie identità attraverso processi antropopoietici. 2 Tali processi sono fluidi e inter-soggettivi, discontinui e incoerenti, e ci rendono più che sexual beings, dei sexual becomings3 Fare ricerca su questi temi così densi e vischiosi non è facile: presuppone apertura e comprensione verso le sfumature più inaspettate, perturbanti e misteriose dell’erotismo.

Il caso del BDSM è, in tal senso, esemplificativo. Con questo acronimo, si fa riferimento a pratiche corporee e relazionali – non necessariamente finalizzate all’amplesso – che implicano un immaginario condiviso; il giocare consapevolmente con dinamiche di potere che contengono la presenza di un/a Dom e un/a sub 4; l’uso di strumenti (corde 5, supporti di tipo medico come nel caso nel clinical play, fruste, manette, puddle, maschere) e di materiali (latex, rubber, cuoio, pelle); la volontà di sperimentare sensazioni corporee non vanilla6 e l’adesione al principio SSC (Sano, Sicuro, Consensuale).7

Nel partecipare alla vita di coloro che fanno BDSM in alcune delle più grandi città del Nord Italia8, ho potuto riscontrare quanto il praticare quello che definisco sadomasochismo erotico consensuale possa costituire un percorso attraverso cui concepire ed esperire la corporeità propria e dell’altro/a, sperimentare e giocare con i ruoli, i limiti e le dinamiche di potere. Se le identità sono s-oggetto di costruzioni sociali, queste si possono realizzare anche attraverso pratiche sessuali che uniscono il piacere e l’intensa stimolazione fisica.9 Uno schiaffo, come una più socialmente “sdoganata” carezza, può costituire un gesto attraverso cui costruire un’intimità negoziata e consensuale. In questo tipo di ritualità erotica il dolore (come il piacere) è co-costruito tra i partecipanti e, in uno scambio collaborativo, risignificato in chiave creativa.

Il confronto con pratiche forti – a tratti perturbanti – mi ha messa di fronte all’ambiguità e al mistero del desiderio erotico e delle sue mille potenziali espressioni. Ha rivelato, inoltre, la difficoltà e la meraviglia di fare ricerca (anche) come corpo desiderante: questo, infatti, non può essere trascurato all’interno di processi analitici approfonditi.10

Esplorare i desideri e gli immaginari sessuali mi ha in seguito condotta verso un’ulteriore area di analisi, ovvero quella dell’educazione alla sessualità, ambito in cui oggi mi muovo come ricercatrice e formatrice.
La riflessione su cui si articola in mio incerto mestiere, oggi, è la seguente: una volta evidenziata la pluralità delle esperienze sessuali e relazionali, in che modo farle s-oggetto di pratiche educative inclusive ed empowering?

 

Educare (al)la sessualità

BDSM

«Il piacere non è nel programma di scienze!»11

Occuparmi di BDSM mi ha insegnato a sviluppare una visione della sessualità e della salute sessuale inclusiva e plurale che ho cercato di sfruttare nell’ambito dei servizi socio-sanitari pubblici. Tra il 2013 e il 2015, infatti, ho potuto – grazie ad una borsa dottorale – partecipare alla sperimentazione di un progetto di educazione alla sessualità promosso dalla Regione Emilia-Romagna destinato alle scuole secondarie di primo grado chiamato W l’amore. Attraverso tutto il processo di ricerca – affianco alle professioniste dello Spazio Giovani di Bologna – ho potuto riflettere su quali possano essere le criticità e le potenzialità 12 di un approccio propositivo e integrato alla salute sessuale degli adolescenti.

Nonostante i servizi socio-sanitari e educativi pubblici pecchino spesso di culturalismo, eterosessismo e scarsa riflessione sui modi in cui i modelli di genere influenzino le scelte sessuali – soprattutto in materia di contraccezione e prevenzione – dei giovani, e nonostante in Italia regni un diffuso silenzio e una grande frammentazione degli interventi educativi in materia di salute sessuale, durante la ricerca-azione focalizzata su W l’amore si è cercato di mettere in rete giovani e adulti (insegnanti, operatori, studenti, famiglie) al fine di co-costruire un progetto che potesse valorizzare le esperienze, i dubbi, i desideri e le prospettive di ciascuno/a.

I temi dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere, del piacere – soprattutto al femminile – e più in generale dell’autodeterminazione sessuale in adolescenza, restano tuttavia molto complessi da gestire. Le curiosità dei giovani, infatti, trovano per lo più approcci normativi o un silenzio educativo che non permette loro di accedere a risorse fisiche e simboliche attraverso cui costruire la propria identità e la propria salute sessuale e relazionale.
Poiché l’erotismo e la salute costituiscono due aspetti fondamentali dell’esperienza di tutti e tutte, l’educazione alla sessualità costituisce un’occasione educativa – qualora sostenuta da policy e pratiche adeguate – in cui co-costruire in maniera inter-soggettiva, multidisciplinare e inter-generazionale una più plurale, proattiva e inclusiva prospettiva riguardante le identità e le sessualità.

Oggi, in Italia, fare ricerca sulla sessualità non è un percorso semplice sia per complessità dei temi sia per l’eterogeneità delle visioni e delle posizioni a riguardo. La ricerca – accademica ed extra-accademica – può essere intesa, in questo senso, come pratica pubblica 13in grado di fornire spunti analitici e operativi volti a chiarirne e valorizzarne la complessità in modo propositivo, inclusivo e plurale.

Nonostante si tratti di un mestiere incerto, fare ricerca – (anche) come corpi desideranti, engaged e costantemente precari – può contribuire in primo luogo alla valorizzazione del mistero che caratterizza l’erotismo (come nel caso dello studio del BDSM) e, in secondo luogo, alla costruzione di spazi di confronto su temi centrali per quanto riguarda l’empowerment personale e sociale non solo degli adolescenti, ma di noi tutti e tutte.

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Note

  1. Nancy Scheper-Hughes, Margareth Lock, The Mindful Body: a Prolegomenon to Future Work in Medical Anthropology, «Medical Anthropology Quarterly New Series»
 anno 1, numero 1 (1987), pp. 6-41.
  2. Francesco Remotti, (a cura di) 
Forme di umanità, Mondadori, Milano 2002.
  3. Lisa Diamond, Sexuality is fluid – it’s time to get past “born this way”, «New Scientist», 22 luglio 2015.
  4. Con l’espressione Dom si indica la figura del(la) dominante e con sub quella del(la) sottomesso/a. Non mancano le persone switch che consapevolmente agiscono l’uno o l’altro ruolo in base al desiderio del momento.
  5. Come nel caso dello Shibari. Si tratta di una tecnica di legatura di origine giapponese volta a creare un gioco erotico-relazionale di tipo rituale.
  6. Definizione usata da chi fa BDSM per indicare la banalità di pratiche erotiche che non implicano una particolare sperimentazione del corpo.
  7. Il presente elenco non è da considerarsi esaustivo ma sviluppato da chi scriver per motivi di resa etnografica.
  8. Si fa riferimento ad uno studio svolto tra il 2008 e il 2009.
  9. Elaine Scarry, The Body in Pain: The Making and Unmaking of the World,‪ Oxford University Press, Oxford 1985.
  10. Rachel Spronk, Beyond Pain, towards Pleasure in the Study of Sexuality in Africa, in Andrew P. Lyons, Harriet D. Lyons (a cura di) Sexualities in Anthropology: A Reader, Wiley-Blackwell, Hoboken, New Jersey 2011, pp. 375-381.
  11. Bologna, Ottobre 2013. Insegnante coinvolta nella sperimentazione di W l’amore davanti alla rappresentazione grafica di una vulva – da usare in classe per parlare di anatomia – contenente anche il clitoride.
  12. [1] Si fa riferimento alla definizione di comprehensive sexuality education proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2010). Qui un approfondimento
  13. Robert Borofsky, Public Anthropology. Where to What Next?, «Anthropology News»
, anno 41, numero 5 (2000), pp. 9-10; Ivan Severi, Nicoletta Landi (a cura di) Going public. L’antropologia pubblica nel contesto italiano, Bologna studies in history of science, University of Bologna, Bologna 2016.
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