Reparto Agitati

#Basaglia180X40: la necessità di una rivoluzione che ci riguarda, oggi

In occasione dei 40 anni della Legge 180, avviamo un percorso di approfondimento dedicato alla storia che ha portato alla sua genesi e alla sua approvazione.

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo alcuni estratti dalla riedizione dei testi di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia e dell’equipe che con loro ha condotto la battaglia per lo smantellamento dell’istituzione totale manicomiale. Si tratta di testi che in questi giorni stanno tornando in libreria con Baldini+Castoldi, con Edizioni di Comunità, con Raffaello Cortina Editore, con Alphabeta Verlag/Collana 180. Pubblicheremo inoltre contributi di altri autori che lavorano oggi all’interno dei servizi di salute mentale di tutto il Paese e/o che in giro per il l’Italia conducono esperienze creative capaci di mettere a valore una riflessione sui diritti in stretta connessione con l’arte. Ringraziamo gli editori coinvolti per il sostegno a questo progetto di approfondimento.

La prospettiva

A partire dai primi tempi della fondazione di questa rivista, ci siamo sempre dedicate e dedicati alla curatela di uno spazio rivolto a salute mentale e architettura dei diritti di cittadinanza che abbiamo chiamato Reparto Agitati. Oggi molto spesso a generare interesse, produzione di pensiero, cronaca, scrittura, sono certe date, certe ricorrenze, certe morti da santificare, insomma: convenienze calendariali. Testimoni disarmanti ne sono le bacheche Facebook della maggior parte delle persone, per quanto riguarda lo spazio del singolo, e riviste, giornali, edizioni speciali di programmi televisivi o approfondimenti scritti (ha poco senso fare riferimenti specifici, tanto è conclamata la tendenza) per quanto concerne lo spazio collettivo. Si tratta di operazioni attraverso le quali vengono trasfigurate la tensione del pensiero e le sue oggettivazioni, in piccoli o grandi gesti imprenditoriali che prescindono completamente da qual si voglia necessità o senso reale, politico, di funzione culturale. Noi abbiamo tentato il più possibile di sottrarci a questo meccanismo e, come per altre questioni fondative, abbiamo deciso di radicare l’identità di questa rivista anche allo sviluppo di una riflessione che tenesse conto dell’importanza della storia che ha portato il nostro Paese a essere stato a lungo laboratorio di pratica di diritto vivo.  La storia che ha portato allo smentellamento dell’istituzione totale manicomiale rendendo l’Italia paese pilota per l’Organizzazione Mondiale della Sanità e luogo d’approdo per ricercatori e ricercatrici provenienti da ogni dove, è infatti uno dei nostri spazi di riflessione privilegiati.

Oggi però pensiamo che la forza non prevedibile con cui giornali ed editoria stanno rispondendo a questo anniversario, sia una forza che va raccolta, condivisa, rilanciata. Perché ogni scatola può diventare cassa armonica se maneggiata con cura e intelligenza.

Se la commercializzazione dei saperi ha svuotato i saperi stessi dei loro contenuti, è anche vero che la diffusione a cui il modello produttivo consente di accedere può essere risignificata in sede di ricezione. Il tema della connessione tra editoria e il pensarsi, il dirsi e il farsi della realtà, è oggi centrale più che mai. Se sta all’impresa che s’incarica di produrre cultura la responsabilità di esercitare autorevolezza anziché mercanzia, sta anche a noi lettrici e lettori risighificare l’esercizio della funzione dell’editore per allontanarlo dal ruolo del semplice venditore e per riportarlo a essere potenziale curatore di una regia di sguardi sulla realtà che diventano strumenti vivi, attraverso una forma di lettura pratica. Una lettura responsabile e consapevole che diventa vera e propria forza contrattuale nella richiesta che finisce per reindirizzare la proposta.

Starà quindi anche a noi tutte e tutti far sì che la ripubblicazione di questi testi non si faccia né semplice memoria né, tantomeno, feticcio (per non usare l’orribile parola che oggi sembra mangiarsi progressivamente l’intelligenza di chiunque la pronunci, e cioè “brand”).

Un’introduzione[1]

«Domani mattina, all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di comunicare con questi uomini, possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza». Nel 1964 Basaglia apre così, con la lettera dei surrealisti ai direttori del manicomio, il suo intervento al I Congresso internazionale di Psichiatria Sociale di Londra, intitolato La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione. A confronto con altre esperienze – per lo più legate all’istituzione delle comunità terapeutiche e delle porte aperte nei reparti di Psichiatria (Inghilterra), o all’utilizzo di nuovi farmaci e al ricollocamento di una prospettiva psicoterapeutica in precedenza non considerata (Francia), oppure ancora, legate a una psichiatria di tipo comunitario (Stati Uniti) – quella italiana si presentava con dei tratti profondamente inediti. L’esperienza di Gorizia infatti, di cui Basaglia era in quel contesto ambasciatore, era l’avamposto di un movimento di deistituzionalizzazione che molto presto avrebbe coinvolto la comunità scientifica nella sua totalità. Il rapporto tra Basaglia e la psichiatria era cominciato all’Università di Padova dove, nelle vesti di assistente critico verso la prorpria disciplina, si rese scomoda presenza perchè già orientato verso una prospettiva psichiatrica totalmente antitetica rispetto a quella dominante. Basaglia, sin dai suoi primi scritti, aveva cominciato a mettere in discussione il potere medico, i suoi protocolli e le sue architetture. Fu per questo che nel ’61 venne invitato ad abbandonare il mondo universitario per andare a dirigere il manicomio di Gorizia.

All’epoca i manicomi erano luoghi di cui si faceva conoscenza diretta ed esperienza solo se ci si andava a lavorare oppure se, disgraziatamente, ci si finiva dentro. L’entrata per la prima volta in manicomio costituisce l’impatto con il “corpo istituzione”: corpi abbandonati, imprigionati, svuotati e abusati da un sapere medico che finisce per alimentare una pratica coercitiva ben lontana dal dominio della cura.
I tratti della contenzione e dell’abuso gli riportano alla mente contenzione e abuso di cui aveva fatto esperienza nel ’44, quando era stato incarcerato per antifascismo. Fu dunque da subito evidente che si trattava di un luogo che andava smantellato e messo in discussione alla radice.

In poco tempo, Gorizia, che era cominciata come un’esperienza di solitudine, inizia ad essere meta di nuovi collaboratori che diventano dei veri e propri compagni di viaggio (tra questi Slavich, Pirella, Jervis, Letizia Comba, Schittar, Casagrande e molto presto, con Fabio Visentini, Mario Tommasini, Assessore alla Sanità di Parma che successivamente porterà Basaglia a dirigere, per smantellarlo, il manicomio di Colorno) e di molti visitatori (tra questi Pier Paolo Pasolini e Giovanni Berlinguer, a lungo interlocutore di tutta l’esperienza che proseguirà fino agli inizi degli anni Ottanta e oltre).
I reparti si aprono, i corpi tornano persone, le catene vengono gettate in mare, i camici si buttano, la malattia viene messa tra parentesi e le assemblee diventano i primi spazi di incontro e confronto. “Basaglia inserisce elementi di cultura marxiana in una concezione dell’uomo e del mondo profondamente segnata dal pensiero di Sartre che lo portano a sostenere senza mezze misure che il manicomio va distrutto «perché realizza al massimo grado la distruzione del suo oggetto»”.

 questo il periodo di scrittura e pubblicazione del primo e del secondo testo che segnano il primo tempo di quella che diventerà una grande narrazione. Si tratta di Che cos’è la psichiatria? a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia. La prima edizione del testo del ’67, ad opera dell’amministrazione provinciale di Parma, portava in copertina l’autoritratto di Hugo Pratt con addosso una camicia di forza. Il testo verrà poi pubblicato da Einaudi nel ’73. Oggi è ripubblicato da Baldini+Castoldi. E di L’istituzione negata, a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, pubblicata da Einaudi nel ’68. Tra il ’68 e il ’72 ne vengono vendute cinquantamila copie. Settantamila in pochi altri anni. Velocemente tradotto in francese, tedesco, olandese, finlandese, oggi è riedito da Baldini+Castoldi].

Nel ’68 il discorso esce nel mondo e il mondo comincia a entrare nel manicomio con lo storico reportage fotografico dal titolo Morire di Classe di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati e con il servizio televisivo, che portò quell’esperienza nelle case di tutti gli italiani, dal titolo I giardini di Abele di Sergio Zavoli, andato in onda su TV7.

Tra l’esperienza fondativa di Gorizia e l’approdo definitivo di Trieste, la cerniera decisiva per lo sviluppo del pensiero e della pratica sono per Basaglia l’esperienza di sei mesi trascorsi negli Stati Uniti come visiting professor e quella di Colorno (Parma), assieme al compagno e amico Mario Tommasini.

[Sono questi gli anni della pubblicazione del terzo e importantissimo testo curato da Franco Basaglia e dedicato allo sviluppo dell’esperienza in corso: La maggioranza deviante, a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia. Pubblicato per la prima volta nel 1969 da Einaudi, oggi è ripubblicato da Baldini+Castoldi].

Trieste, grazie all’apertura data e garantita dall’allora presidente della provincia, Michele Zanetti, divenne lo spazio d’inveramento definitivo dell’esperienza di distruzione del manicomio e di costruzione di un nuovo modo di guardare al concetto di salute che coinvolgeva sì un percorso legato al mondo della salute mentale, ma che in realtà, più profondamente, riguardava una riflessione sull’individuo e sulla società. Il disagio psichico è espressione di una contraddizione. Contraddizione che genera spesso dolore. Contraddizione che abbiamo rimosso per secoli relegandola in una percezione di alterità negata e relegata ai margini della società e delle città. Contraddizione che, in modo diverso, abita ognuno di noi. Contraddizione che va affrontata, condivisa e se non superata, convissuta, agita, praticata in una forma di convivenza che chiede a ognuno di non negare parti di sé e nemmeno altrui.

La riflessione andava svelando i meccanismi di “regressione istituzionali” e di “identificazione con l’istituzione” che generano la naturalizzazione forzata di un adattamento che consiste, per il soggetto che ne fa esperenza, in una perdita della propria soggettività e nell’annientamento della propria persona generando corpi residuali, disabitati, domati. Gli anni Settanta dunque, con l’evoluzione dell’esperienza di Trieste e di altre esperienze che lungo la penisola cominciavano a svilupparsi, diventano anni di contaminazione culturale, di grandi confronti internazionali in seno all’esperienza reale che in Friuli Venezia Giulia stava cambiando la cultura di tutto il Paese. I principali interlocutori dell’epoca, tra gli altri, Foucault, Laing e Goffman.

 da questi incontri e dall’ampliamento della riflessione che nasce il testo Crimini di Pace a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, pubblicato per la prima volta nel 1975 da Einaudi e riedito oggi da Baldini+Castoldi].

La progressiva (e poi definitiva) apertura del canale con la città, anticipava molte delle questioni che in molti altri luoghi si sarebbero diffuse in seguito all’approvazione della Legge 180. La legge in prima istanza sanciva nel corpo del diritto che i manicomi, per legge, non sarebbero più potuti esistere e creava nel mezzo della città e della sua società, nei termini di comunità, l’esplosione di una contraddizione, l’esistenza di una realtà che aveva sempre negato e con cui doveva imparare ad entrare in relazione. Una relazione che coinvolgeva un piano culturale e relazionale tra le persone e al tempo stesso con le  amministrazioni locali. La risposta fisiologica di un territorio che si trovava impreparato e sprovvisto di strumenti e geografie interne ed esterne capaci di accogliere con naturalezza un cambiamento epocale come quello, non fu sempre accogliente. La fatica però, le difficoltà, lo spaesamento, la nascita di nuove domande erano il frutto di un movimento di cambiamento che andava attraversato e che, come la legge prevedeva, sarebbe dovuto ovunque conseguire prima di tutto in una presa in carico di responsabilità da parte delle amministrazioni locali. Basaglia ai tempi della definitiva distruzione dei muri dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste fu ancora una volta molto chiaro dicendo: «Noi abbiamo violentato la società ma eravamo lì, ad assumerci le responsabilità delle nostre azioni creando servizi e accettando il confronto quotidiano con una società che non capiva o aveva paura».

La misura dei tempi, della profondità delle fratture e dei cambiamenti: la Legge 180 viene approvata il 13 maggio del 1978. Quattro giorni prima era stato ritrovato il corpo di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse. Il 22 maggio era stata approvata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

L’esperienza di smantellamento dell’Ospedale psichiatrico vissuta in prima istanza a Gorizia, poi a Colorno e infine, per esprimersi nella sua forza espressiva maggiore, a Trieste, è oggi viva testimonianza di un percorso di liberazione accessibile che ci arriva come cassetta degli attrezzi per interpretare il contemporaneo, smontarlo e rimetterlo in sesto.

-> I primi testi di cui pubblicheremo degli estratti saranno:

Le basi con Baldini+Castoldi:

Che cos’è la psichiatria?,
L’istituzione negata
La maggioranza deviante
Crimini di Pace

 

 

Note

[1] Si faccia riferimento all’introduzione di Maria Grazia Giannichedda al volume “L’Utopia della realtà” di Franco Basaglia (a cura di Franca Ongaro Basaglia), Einaudi 2005, Torino.

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