Politiche del contemporaneo

Appunti di ecologia della fine: il “neoqualcosa”

Il tempo dei sogni neri è esaurito, tocca adesso alle pure simulazioni di scenario. La fiction catastrofista e apocalittica ha reso bene le forme narrative di quello che sta succedendo, preparando un immaginario collettivo che oggi viene sollecitato per scopi concreti.

Possiamo ancora parlare di fascismo? I primi passi di una riflessione politica che riprenderà a settembre.

Cominciamo da qui. Da una cosa e dalle sue parole. La cosa di cui vogliamo parlare è il fascismo. Quello storico, quello transtorico, quello trascendentale, se volete quello surreale e interstellare. In questi ultimi mesi stiamo assistendo a una specie di lotta della lingua, a un’affannata rincorsa terminologica. Protofascismo, neofascismo, postfascismo, iperfascismo, metafascismo. Diciamocelo, “fascista” è una parola depotenziata. Non solo non convince più, nemmeno chi politicamente si sente “a sinistra”, ma anche “a destra” ha preso un sapore eccessivamente rétro. C’è insomma chi, culturalmente e storicamente antifascista (anche a destra, questo va detto), è molto perplesso sul ritorno del fascismo nel qui occidentale, “perché oggi è diverso”, “perché questi sono tipi da farsa”, “perché il problema è altrove”. Poi ci sono i fascisti che hanno capito che “comunista” non è più un insulto che buca, e allora “sinistroidi”, “buonisti”, “radical chic”, tutti termini mediaticamente efficaci perché fanno presa in modo trasversale, soprattutto tra le fasce moderate. D’accordo, da qualche parte in Emilia c’è ancora qualcuno che alla parola “fascista” salta sulla sedia, ma poi c’è chi la usa come in un videogioco, “rossi” vs “neri”, e allora l’usura semantica è totale. Ma perché? Che cosa sta succedendo di nuovo?

Il tempo dei sogni neri è esaurito, tocca adesso alle pure simulazioni di scenario. Immagini di bambini migranti morti nel Mediterraneo e spiaggiati come rifiuti di plastica, esercitazioni di salvataggio deformate a produrre propaganda spontanea senza schieramenti minimi, neonati di gomma iperrealisti immaginati tra le braccia di soccorritori su una spiaggia di vera morte, bambini messicani tolti alle famiglie, separati chilometri dai genitori e internati in gabbie, sotto tendoni, con coperte di mylar, come se fossero portatori di un pericolo biologico da film catastrofico. È l’intruso infestante, quello che porta virus ed è soggetto a misure di contenimento da apocalisse zombie. No. Non sono punte di follia generate da personaggi storici ambigui, è la storia stessa che sta facendo dei test di tenuta per misurare la flessibilità e il punto di rottura della società occidentale. La fiction cinematografica ha preparato la fiction ideologica. I bambini messicani e siriani sono un biohazard. Portano una bomba demografica. Se dunque si evocano invasioni e sostituzioni etniche, il bambino (essere subdolo che intenerisce e commuove) è l’avversario mortale per eccellenza. La fiction catastrofista e apocalittica ha reso bene le forme narrative di quello che sta succedendo. Soprattutto ha preparato un immaginario collettivo che oggi viene sollecitato per scopi concreti.

Il progetto è semplice. Ma di chi è il progetto? Quali “agenzie” o “eminenze grigie” sono all’opera? È chiaro che in queste ore limitarsi a evocare George Soros da un lato o Steve Bannon dall’altro è una pura semplificazione narrativa. Così come lo è parlare di una generica e planetaria “svolta a destra”. Invece esistono dei progetti politico-economici molto precisi e molto diversi da quelli a cui eravamo abituati, e i loro procuratori hanno compreso che proprio una situazione di alta instabilità è proficua. Però, per rendere accettabile un nuovo regime economico (accentratore e vessatorio), occorre erodere i diritti fondamentali di (quasi) tutti, e il primo passo è quello che abbiamo sotto gli occhi adesso: normalizzare l’intollerabile, sparare immagini virali e micro misure sociali, non importa se vere o false, ciò che conta è la continua enunciazione, “l’effetto annuncio”, il martellamento, per saggiare la flessibilità e il margine di resilienza. Ce la facciamo a vedere bambini morti senza empatizzare? Ce la facciamo a negare l’evidenza della morte e a trasformarla in arma di offesa? In modo quasi ossessivo, e certamente consolatorio, si sente ripetere a flusso continuo che persone come Trump e Salvini non sono così intelligenti da gestire cose tanto grosse, “mi rifiuto di crederlo”. Ma anche una scimmia può impugnare una pistola, e non ci vuole una laurea a Yale per guidare una Ferrari. La realtà è che Trump e Salvini stanno guidando una macchinina oscura la cui chiave a molla è stata girata molto prima di loro, un vettore destinato ad andare lontano, grazie a piloti diversi e con un carico di esplosivo storico che è molto difficile analizzare con lucidità.

Facciamo un passo indietro. “Non è come 80 anni fa. Il problema dietro il cosiddetto fascismo attuale è l’economia mondiale, è il capitalismo”. Ecco un’altra teoria consolatoria. Come quella degli alieni, della vita nell’universo, dell’Apocalisse tranquilla. La realtà, quella che ne rimane, è che le varie teorie del complotto di un ordo oeconomicus universalis sono solo narrazioni tranquillizzanti. Capitalismo e neoliberismo sono macchine raffinate, funzionano sui grandi numeri e su una certa stabilità sociale, per questo sono attente a non avallare l’eccesso politico: perché produce terremoti nel mercato che poi è molto dispendioso controllare. Invece stiamo sperimentando i primi segnali del crollo di un sistema economico metanazionale, egemone, capace di controllare i flussi globali. Il vettore è “ogni nazione per sé” (anche a rischio suicidio, vedi l’Inghilterra della Brexit) con all’interno non una microaristocrazia economica ma una no man’s land dove singoli fuorilegge contano di fare enormi fortune approfittando del crollo del sistema. Il fascismo ha una componente autodistruttiva (viva la muerte!) che non fa bene al capitalismo, ma ormai il capitalismo è uno zombie e il neoliberismo è un cannibale, che per un quinquennio di benessere adesso, ha ipotecato un secolo per le generazioni future.

Lo spettro consolatorio di un Grande Fratello economico sta dunque svanendo sotto le cariche di dinamite di pochi singoli mostri. Gli incontri rituali di Donald Trump e Vladimir Putin, al di là dell’analisi politica che si può fare, sono la traccia mediatica di un mutamento di vettore nell’economia mondiale. Il modello che sta per passare è quello dell’oligarca, un singolo individuo che attraverso enormi ricchezze personali si aggiudica una fetta di potere politico, che poi gestisce in un regime di totale autonomia, impunità e assolutismo territoriale. Se questi individui (vedi la Russia degli anni Novanta del Novecento) si sono impadroniti in brevissimo tempo di materie prime e imprese nazionali (oppure controllate da gruppi e cordate finanziarie), è stato solo approfittando di momenti di svalutazione cronica e di estrema incertezza sociale. Da Wall Street al Far West economico, insomma. Possiamo allora immaginare in che modo l’uscita dall’euro o il crollo della Comunità Europea potrebbero avviare processi di grande squilibrio in grado di favorire alcuni singoli avventurieri, peraltro già abbastanza identificabili. Il regime di protezione statale delle banche è fallito, prendiamolo a picconate, poi si salvi chi può.

Qual è dunque lo scenario predisposto? Gli stress test sull’opinione pubblica sono una manovra classica della gray propaganda, cioè quella che non cita le fonti, cela lo sponsor e usa post-verità e fake news come termometro della temperatura sociale. Ovviamente la desensibilizzazione delle masse si accompagna benissimo alla limitata capacità di Homo Sapiens di elaborare numeri di una certa entità. Uno studio recente sulla Fourth Generation Warfare, o Post-Modern Warfare, afferma che le nuove generazioni faticano a distinguere tra un’invasione da parte di un esercito straniero e l’invasione per immigrazione. Questa è ovviamente una fiction di scenario, ma alimenta l’immaginario e sicuramente destina risorse. Separare minori dai genitori non è una tattica usata solo come deterrente per bloccare l’immigrazione clandestina. L’incarceramento di minori in gabbie e campi provvisori è una misura da “combattenti irregolari”, quelli a cui la guerra al terrorismo ha negato la Convenzione di Ginevra. Questo processo di normalizzazione dello stato di eccezione ci aiuta a capire perché “fascismo” sia ormai un concetto inefficace.

Oggi le parole chiave sono due, e sono rintracciabili nelle narrazioni comuni: overpopulation e depopulation. La prima è abbondantemente abbandonata come scenario da fiction, tranne che nella narrativa di genere di destra (tipo Le Camp des Saints); l’altra è il centro della fiction sul “fronte interno”: la razza bianca spinta alla non procreazione da poteri ideologici nefasti (il femminismo, il buonismo, l’interculturalità, l’ateismo) o economico-finanziari. I due concetti sono sussurrati quando non apertamente denunciati negli stessi discorsi. Come in un film di fantascienza. Perché l’idea di alcuni governi occidentali è appunto quella di creare l’ansia e le aspettative emergenziali di una pre-apocalisse.

Ma se non è il capitalismo predatorio ad alimentare questa fiction da sterminatore di popoli e di mondi, che cosa stiamo guardando crescere in questi mesi? Perché i futuri oligarchi hanno scelto di condurre una battaglia mediatica contro i popoli migranti, come si era già fatto con gli Ebrei e i Rom? I test sui bambini ci dicono che siamo già oltre la questione della lotta di classe. Lo scenario appare polarizzato: pochissimi ricchi vs moltissimi poveri, gestione autoritaria del potere di alcuni e masse illimitate da controllare e contenere. Qui stiamo parlando più radicalmente di destino della specie. Sono passati 50 anni dalla pubblicazione The Population Bomb del biologo Paul Ehrlich, un saggio che oggi viene rispolverato dalla stampa on line come materiale profetico (si veda ad esempio The Guardian, 22 marzo 2018). Poco importa se Ehrlich avesse ragione o meno, quello che dobbiamo registrare è che qualcuno sta facendo suonare le campane della End of Time, forse perché ci crede, forse per vincere alle prossime elezioni. Però sappiamo anche che, suonando ed evocando, poi le profezie si avverano. E il passo successivo è storicamente prevedibile, perché la Germania nazista è nata proprio raccontando e sognando una realtà sociale in cui lo sterminio di massa degli Ebrei, la “guerra fatale” e l’espansionismo avevano lo scopo di garantire più “spazio vitale” ai Tedeschi. Su vasta scala il meccanismo è lo stesso: declassare una vasta fascia di umani per poi toglierli di mezzo e ristabilire l’equilibrio demografico del pianeta. Né più né meno. Prima i migranti neri, poi i bianchi poveri.

Siamo entrati in una fase in cui il grande racconto della fine dei tempi non può più essere affidato a meteore sterminatrici o a improbabili glaciazioni. Oggi l’unico vero mito contemporaneo è quello della pandemia e dei non-morti. I bambini in gabbia o spiaggiati come fantocci sulle rive del Mediterraneo sono culturalmente e visualmente leggibili come piccoli zombie. Nella Lagersprache dei campi nazisti il declassamento specista passava anche attraverso la lingua: i prigionieri non erano più persone ma “animali”, “musulmani”, “figure”, “legna da ardere”, “cambiali in scadenza”, “schiuma marina”. Oggi il messaggio visuale di bambini rinchiusi come umani regrediti o come marionette disarticolate è analogo. In questa palude mediatica il fascismo si colora di nazismo, ma quello che vogliamo dire qui è che va molto oltre, perché evoca la selezione biologica in nome di qualcosa che conta molto di più della razza e del capitale: la sopravvivenza della specie. Come vogliamo chiamare questa neocosa? Come vogliamo denominare i suoi capitani, i caporali, le truppe?

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