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Diventare profughi su Amazon: vestiti di carnevale e maschere della distanza

Mentre è in atto una radicale messa in discussione delle frontiere dell’area Schengenè ancora più straniante ipotizzare che potremmo rinchiudere la nostra relazione con le migrazioni in un costume da “profugo”.

Fino a qualche settimana fa, scorrendo i possibili travestimenti per bambini nella più grande piattaforma di vendita online, tra un costume da Superman e uno da drago, ai potenziali acquirenti sono apparsi sullo schermo costumi da “profugo” (“Flüchtling”; “Boys/Girls Evacuee Fancy Dress Costume”), proposti dall’azienda inglese FancyMe: giacca abbondante per lui, vestitino floreale a metà polpaccio per lei, guance sporche e valigia di cartone inclusa.

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Sul web si diffondono articoli che denunciano quanto il prodotto sia poco opportuno vista la crisi umanitaria in atto e Amazon provvede a ritirare l’annuncio in Italia e in Germania.

A ben guardare la foggia dei mini-profughi esposti in vetrina, si può cogliere un riferimento al dopoguerra europeo più che ai moderni profughi che dalla Siria o dall’Afghanistan arrivano a piedi alle porte dell’Europa.

Si è trattato dunque di un fraintendimento? Una traduzione infelice del nome di un prodotto su un catalogo on-line, una sovrapposizione di referenti diversi ad una stessa immagine? Amazon spiega ai consumatori italiani di non avere responsabilità sulla scelta di venditori terzi di piazzare i propri prodotti nella sua enorme vetrina, definendo “di pessimo gusto” l’articolo.[1] Il rischio di annunci inopportuni è il prezzo da pagare nel mercato libero dell’acquisto on-line.

Oltre l’aspetto polemico immediato, vorremmo che questo fraintendimento[2], questa traduzione errata, questo cortocircuito del consumo, permettesse uno spunto di analisi, divenendo lo stimolo ad una piccola riflessione proprio a partire dalla concretezza di un oggetto ordinario, quale un costume da carnevale.

Di questi tempi, è curioso che vestire i bambini a carnevale da piccoli cavalieri crociati non susciti alcuna indignazione: il contesto storico e politico, nella sua narrazione mediatica e nel dibattito intellettuale, rende invece vigili su un vestito da profugo durante il periodo di carnevale.

Quello che sembra “di pessimo gusto” per il mercato italiano e tedesco si ritiene appropriato per i consumatori di Amazon in altri Paesi, come l’Inghilterra. L’azienda è infatti inglese ed è specializzata in “costumi storici” per bambini: tra questi anche quello da “profugo del dopoguerra”. Ricollocato nel catalogo online dell’azienda inglese, il “piccolo sfollato” acquisisce un altro significato: tra un antico egizio e un “povero dell’Età Vittoriana” non appare più così de-contestualizzato come tra i costumi da carnevale di Amazon. Attualmente nel Regno Unito è usanza piuttosto comune imparare la storia a scuola attraverso messe-in-scena e laboratori di teatro, e sono molte le compagnie teatrali che offrono “pacchetti” di teatro storico/educativo tra i più variegati, dall’Antico Egitto ai Vichinghi, passando per gli Stuarts fino alla Seconda Guerra Mondiale (“The WW2 Show”):

«Live through the Blitz, suffer the deprivation, prepare to “make do and mend”. A gripping historic account graphically portraying the experiences of a London family from 1939-1945».

«It is 1940 and Britain is at war with Germany. Follow the story of Lizzie and the rest of the Thompson family and see how the war affects lives at home, both bringing people together and tearing them apart

Sul web i genitori si scambiano idee e consigli su come vestire nel modo più credibile i propri figli da “evacuee”, bambini sfollati durante il conflitto mondiale. “Clothes that are too small look good- it is make do & mend!” riporta uno di questi commenti.

L’utilizzo a fini didattici della storia della famiglia inglese degli anni Quaranta è comprensibile in riferimento ad una retorica nazionale convenzionale – i vincitori che seppur attraversando le asprezze e i sacrifici della guerra hanno messo fine al conflitto (mentre ad esempio sarebbe più difficile immaginare un costume da Balilla, il corrispettivo ragazzino italiano negli stessi anni). D’altra parte, il tono che accompagna la messa in scena storica sembra alludere al fatto che la miseria e la fame siano quasi un’occasione avventurosa – poiché temporanea – e rarissima da esperire realmente – poichè lontana nel tempo.

È proprio su questo aspetto che sarebbe necessaria una riflessione sulla rappresentazione della sofferenza e sull’uso che si può fare di tale rappresentazione, andando oltre il “politically correct”. Sembra che l’unica sofferenza a cui si può fare riferimento, sia quella lontana e immaginata, a-geografica e fuori dalla storia, in un certo senso esotizzata.

Pensare di poter usare questo tipo di costumi, può ricordare quello che Hermann Bausinger ha definito esotismo interno a proposito della cultura popolare. Si tratta di quel processo che estrapola ed astrae dal nostro passato storico o socio-culturale un tratto, un evento, per fabbricare un altrove, un luogo esotico della storia. Questo produce in effetti “una storia senza tempo” (H. Bausinger, Cultura popolare e mondo tecnologico, Guida, 2005, p.179).

Il fatto di proporre ai pronipoti di chi ha vissuto la fuga dal disastro dei conflitti mondiali di “mettersi nei loro panni” per una recita scolastica, ci suggerisce le ambigue modalità di elaborazione dei nodi dolorosi della nostra storia europea:«all’interno dei costumi carnevaleschi non si può fare a meno di nominare la storia dell’esotico […]: l’esotico si fonde con la storia e, soprattutto, con l’attualità politica e con il nazionale». (p 109-110).

Il costume proposto da Amazon appare dunque ai nostri occhi così tipizzato e fuori dalla storia, da divenire il vestito generico di chi fugge, bambino. Possiamo leggere in un banale costume di carnevale la traccia di un dialogo mai abbastanza approfondito con le vicende storiche di appena un secolo fa, quando eravamo noi europei ad avere ottime ragioni per lasciare le nostre case, in fuga dalla guerra, dalla persecuzione, dalla mancanza di lavoro e prospettive.

Vorremmo allora soffermarci proprio su quell’oggetto inquietante e ambiguo che si è venuto a creare nella mente di chi, soprappensiero, ha letto la notizia e per un instante potrebbe aver pensato: «ma chi comprerebbe ai propri figli “il vestito” dei ragazzini che davvero stanno fuggendo dalle proprie case in queste ore?».

Se travestirsi vuol dire “fare finta di essere” ma anche “mettersi nei panni di” qualcun altro, questi costumi fanno pensare che questa con-partecipazione sia resa possibile solo con un travestimento di carnevale, la festa nella quale si gioca ad essere quello che non si è, a fare quello che normalmente non si fa. Quando la trasformazione non è inserita in un gesto volontario di rappresentazione, come può avvenire ad esempio al cinema o a teatro, o in un esperimento ludico/didattico, “mettersi i panni” di qualcun altro allontana dal “mettersi nei panni” di quello stesso qualcun altro.

Qui entra in contraddizione il meccanismo dell’esotismo, storico o geografico che sia, perché i “bambini profughi” esistono davvero in carne e ossa, sono coloro che cercano un luogo sicuro in Europa, come molti altri hanno fatto a seguito dei due conflitti mondiali.

Vorremmo proporre l’ambiguità di questo oggetto carnevalesco proprio nei giorni in cui si parla di una radicale ridiscussione del nostro attuale sistema di frontiere europeo, con la reintroduzione dei controlli sui confini di alcuni Paesi europei e la possibile messa in discussione dell’intero assetto delle frontiere dell’area Schengen. In questo momento è ancora più straniante ipotizzare che potremmo rinchiudere la nostra relazione con le migrazioni del presente in un travestimento da usare a carnevale. Quasi a pensare che le generazioni future dell’Europa avranno una così vaga idea dei figli di chi fugge da situazioni di vita insostenibili, da potersi riferire a loro solo indossandone “i vestiti”, tipizzati in un riferimento “esotico” di ciò che è lontano dalla propria esperienza e si può solo immaginare.

Nel considerare questo oggetto di consumo, che sia un costume del dopoguerra frutto di un certo esotismo interno da indossare alla recita scolastica, o venga fra-inteso spontaneamente come un riferimento all’esperienza attuale di migliaia di bambine e bambini costretti a migrazioni forzate, l’elemento evidente è quello della distanza, della non partecipazione, della mancanza di empatia nel senso etimologico del termine, di sentire insieme. E potremo forse avere il dubbio che parte dell’indignazione mediatica a proposito di questo caso specifico, sia un’ambigua espressione di questa distanza.

In questi giorni si considera l’ipotesi di applicazione della clausola prevista dagli Accordi di Schengen, che stabilisce la possibilità di ripristinare temporaneamente le frontiere dei paesi europei fino a due anni. In questo modo, oltre a sospendere di fatto la libera circolazione interna, si verrebbe a innescare con ogni probabilità una grave crisi umanitaria sui confini esterni d’Europa. Potremo sovvertire questa prospettiva drammatica con la consapevolezza che in Europa l’esperienza dei bambini di domani sarà intrecciata sempre di più con quella di bambini che vengono da lontano. Crediamo che così si possa accorciare la distanza, rendendo insensato l’utilizzo per carnevale di un costume come quello esposto nelle vetrine dell’esotismo a buon mercato.

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Note

[1] «Tale articolo è potuto apparire perché ci sono venditori terzi che inseriscono i loro prodotti suAmazon come market place. Non appena abbiamo avuto segnalazioni dagli utenti ci siamo mossi per rimuovere l’articolo di pessimo gusto» («Corriere della sera», 23 gennaio 2016, Annalisa Grandi).

[2] L’azienda inglese proprio in questi giorni ha significatamente specificato meglio il titolo del prodotto : Boys/Girls Wartime Evacuee Fancy Dress Costume.

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  • Dino Cutolo

    Concordo con la vostra lettura. La messa a distanza, la disconnessione con il “noi”, è ciò che unisce profughi di ieri e di oggi nell’immaginario di massa. In fondo si tratta dell’ ennesimo prodotto dell’ideo-logica liberista, (iper-individualista e neo-protestante – si pensi a George Bush e ai “reborn christians”): la logica del “guai agli ultimi”. La si ritrova nei razzismi contemporanei, che si differenziano proprio in questo da quelli storici: oggi si può ammirare un attore afroamericano di successo ed essere esplicitamente razzisti con i neri di casa propria senza avvertire alcuna contraddizione. Lo stigma, infatti, non sta più tanto nel colore della pelle in sé, quanto nel suo associarsi paradigmaticamente a una condizione di esclusione, di riduzione a nuda vita. La condizione, appunto, che caratterizza i profughi e che bisogna tener lontana dalla nostra; tanto più che in ciascun cittadino vi è la consapevolezza di fondo, la paura rimossa di poter diventare anch’esso, improvvisamente, “profugo” – ovvero “terremotato”, “inondato”,”disastrato”, ma ancor prima disoccupato, precarizzato, marginalizzato…