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Alexander Langer, le pratiche della buona politica – #AlexLanger

[Ultimo appuntamento dell’approfondimento curato da Grazia Barbiero del Comitato scientifico della Fondazione Alexander Langer-Stiftung su Alexander Langer. Qui potete trovare le puntate precedenti]

di Grazia Barbiero

27 luglio 2012

Ogni volta che rifletto su uno dei bersagli preferiti dell’attuale critica ai “vecchi” sistemi, la “politica come professione”, penso a Alexander Langer. E’ stato il politico meno conforme che ho conosciuto e insieme, secondo non solo il mio giudizio, uno dei politici più “totali”, nel senso che politica e vita in lui si sono intrecciati a profondità cromosomica. Non riconosco ad Alexander Langer semplicemente un pensiero politico, non era un teorico che portava a spasso, nei suoi numerosi “pellegrinaggi” e nei suoi affanni, un castello di riflessioni complesse.

Ha fatto politica concreta, densa, cercando accordo e persuasione, sapendo che era importante seminare bene anche se il raccolto non sarebbe stato immediato. Lo ha fatto sempre: ha giocato le sue carte, e se l’abilità di un politico di professione sta nel non smarrirsi quando resta senza carte in mano, Langer pur rimasto spesso a mani vuote era convinto di non aver perso. Era certo che col tempo le sue parole, le sue azioni e quelle di chi operava negli angoli più periferici e sperduti ma sullo stesso fronte, avrebbero persuaso, mutato l’orientamento comune. Era un politico fermissimo nelle proprie convinzioni, negli scenari che delineava, paziente allo spasimo, sottile nelle obiezioni. Era nato nel tumulto di pensieri e di analisi che avrebbero acceso il Sessantotto; si era formato, per passione, nella casa di un esiliato a Barbiana, sulle colline attorno a Firenze, dove le autorità ecclesiastiche avevano relegato un fastidioso prete che si chiamava Don Lorenzo Milani e che aveva scritto sul muro della sua scuola “I care”, me ne faccio carico, mi prendo cura.

Parlava degli ultimi, dei poveri, dei senza potere e del loro accesso alla conoscenza, a una scuola in grado di prendersi cura esattamente di loro e non disegnata sulle chances dei garantiti, dei promossi per vocazione. Allora Alexander Langer studiava, era iscritto all’università di Firenze e Don Milani, da burbero qual’era, un giorno lo provocò dicendo che se davvero voleva darsi da fare avrebbe dovuto lasciare i corsi universitari e rimboccarsi le maniche “qui e ora”. Langer, non so se cedendo alle esigenze di un suo personale percorso o riprogrammando sulla sua “scala” l’etica di quel richiamo, non accolse l’invito, simile a quello che Cristo rivolse ai suoi apostoli quando li cooptò con una tagliola secca: lasciate tutto e seguitemi. Elaborò la sua strada: scolpì nel cuore la celebre “Lettera a una professoressa” del maestro, la tradusse in tedesco assieme a Marianne Andre, una anziana ebrea austro-boema e nei “Minima personalia” – autobiografia scritta nel 1986 – annotò che l’incontro con Don Milani e la sua scuola era stato il più profondo della sua esistenza; ma terminò gli studi e si prese due lauree.

Accese, così, quella singolarità che lo avrebbe sempre contraddistinto nel corso di una inesauribile – per varietà di terreni affrontati – febbre politica. Distoglieva l’obiettivo dallo scontro frontale inteso come vettore dell’emersione delle contraddizioni, per ricondurlo alla logica di una radicale persuasione. Disegnò una sua traiettoria: era consapevole che la retorica andava benissimo per contarsi, per incendiare gli animi ma malissimo per produrre cambiamento, per spostare le cose, le istituzioni, per renderle più umane. Credeva nei piccoli passi che avrebbero consentito la realizzazione delle utopie più radicali. Per questo, non fu sorprendente la sua discesa in campo nella politica della sua terra, il Sudtirolo. Non fu stravagante seguire il cammino dell’ex direttore di una testata che santificava la Lotta Continua mentre si accomodava negli scranni del Consiglio della Provincia autonoma di Bolzano e in quello regionale del Trentino-Alto Adige. Un’assemblea legislativa, un piccolo parlamento, dotato di potere reale in cui si discutevano e si approvavano delibere e leggi per nulla accessorie rispetto alla vita della comunità sudtirolese. A cavallo tra due-tre culture, a cavallo di due-tre confini: era la sua terra, ma per complessità e qualità dei problemi, quel luogo pareva davvero fatto per lui. Singolare nel suo essere di madrelingua tedesca, inviso alla maggioranza dei sudtirolesi di lingua tedesca per aver scelto una strada che non prevedeva barricate contrapposte e barriere etniche.

Sapeva che la strada del reciproco riconoscimento, dello scambio si coltiva fuori dagli orti etnici senza negare le proprie radici, che l’appartenenza – anche in un clima governato dai meccanismi di “riparazione” attivati da Roma nei confronti della minoranza di lingua tedesca dopo le atrocità fasciste e un lungo periodo di insensibilità dello Stato verso le aspirazioni autonomiste – è un processo complesso di sintesi incessante se vuole promettere pace e non ostilità e conflitto altrettanto permanente. Singolare nel suo essere osteggiato dalla “madre patria” e insieme ostracizzato; una realtà difficile che seppe progressivamente dar ragione al paziente ma inarrestabile incedere dei suoi messaggi fino all’exploit delle elezioni europee del 1994. Singolare non violento, profondamente non violento, invocò con sofferenza l’intervento della Nato in Bosnia per far cessare il massacro continuo. Singolare nel disegnare un percorso Alternativo per il suo amato Sudtirolo mentre diveniva leader di livello europeo della cultura politica Verde e si occupava di mille questioni legate alla convivenza, alla conversione ecologica e alla pace in ogni angolo del continente. Singolare nell’infinita pazienza con cui interloquiva in Consiglio provinciale con il duro Silvius Magnago, storico leader dell’autonomia sudtirolese, l’uomo che lo aveva condannato ad una sorta di perpetuo esilio in patria ma che sempre rispondeva alle sue obiezioni. Langer voleva spiegare, narrare, portava testimonianze, accatastava materiali davanti ai microfoni di quell’aula perché era convinto che prima o poi lo avrebbero compreso, lo avrebbero accettato, e la materia avrebbe ripreso a muoversi.

Incontri vivi, dibattiti morti

di Alexander Langer [1]

Tra i molti che si lamentano della crisi della politica e della partecipazione, ci siamo senz’altro anche “noi” (i verdi, gli alternativi, gli impegnati, i diversi, comunque vogliamo definirci).

Ma se siamo onesti, dobbiamo ammettere che molte delle “iniziative politiche” o dei cosiddetti dibattiti che promuoviamo o ai quali partecipiamo, sono delle normalissime e spesso noiose conferenze, con pubblico scontato quando non addirittura “precettato” (e qualche rompiscatole che non manca mai), senza curiosità e sorpresa, dove si va di solito per contarsi, per confermarsi e per parlarsi addosso. I nomi di richiamo sempre troppi, come se andassero a peso che dovrebbero abbellire queste serate e servire da attrazione per il pubblico, spesso vengono reclutati tra i “tuttologi” di turno, e lo si capisce subito quando parlano: si sono preparati se va bene in treno o in aereo, durante il viaggio per arrivare, non si ascoltano tra di loro (sembra che principalmente debbano attendere che finiscano gli oratori precedenti e che finalmente scatti il loro intervento) e raramente parlano di qualcosa di vero, cioè di vissuto e di realmente fatto proprio.

Mi sono trovato, recentemente, ad essere invitato nel mio paese di origine (Sterzing/Vipiteno, 5000 abitanti) ad una serata sulla Jugoslavia, e non ho potuto fare a meno di notare ed apprezzare importanti differenze di stile politico (che e poi anche un aspetto degli “stili di vita”) tra quell’incontro, organizzato dal modesto circolo locale “Juvenilia”, ed una pletora di tavole rotonde e dibattiti cui si e avvezzi nei luoghi deputati della politica urbana, evoluta, di sinistra o post-sinistra. Voglio raccontare qualcosa di quell’incontro, perché ci si può imparare. Eravamo quattro oratori invitati: non per esprimere 4 punti di vista differenti, ma più o meno scontati, sullo stesso argomento, ma perché si riteneva che potessimo apportare quattro esperienze diverse, realmente vissute ed impegnate. Il sindaco di Brunick/Brunico (” Siidtiroler Volkspartei”) rappresentava un comune che esemplarmente, e senza badare troppo a critiche interne ed esterne, aveva aiutato prima i rifugiati albanesi e poi quelli jugoslavi, soprattutto croati: parlava in modo semplice e senza paraocchi ideologici, e chiaramente con l’intento di allargare la cerchia dei Comuni impegnati ad assumersi compiti di solidarietà anche al di la del proprio piccolo, senza per questo cadere nella retorica o confondere il proprio ruolo con quello del mistero degli esteri o dell’ONU.

Un artista croato tra i croati meno nazionalisti che io abbia mai incontrato di questi tempi esponeva la situazione attuale in Jugoslavia, con il piccolo particolare che si trattava di persona che da alcuni anni vive li, a Sterzing, ed aveva quindi quella diversa e superiore affidabilità che viene dalla consuetudine della convivenza quotidiana; non sarà stato il professorone o l’”esperto”, ma in compenso tutti potevano verificarne la credibilità quotidiana. Vi era poi una “sorella” della Croce Rossa, militaresca come la sua divisa e le sue regole esigono, che intratteneva la gente sul “diritto umanitario bellico” e le proprie esperienze di assistenza in Jugoslavia, ma pur con le sue stellette ed il suo linguaggio un po’ ufficiale riusciva ad impersonare un altro aspetto concreto del conflitto e delle sue ripercussioni su di noi (profughi, feriti, disertori…). Vi ero, infine, io che da figlio di quella piccola cittadina e noto come impegnato nel- la convivenza inter-etnica in Sudtirolo, oltre che nelle vicende balcaniche al Parlamento europeo parlavo degli sforzi concreti che in tutte le repubbliche jugoslave gruppi di cittadini attivi contro la guerra fanno per riannodare i fili della convivenza inter-etnica, indicando alcune cose concrete di sostegno che si possono fare. Una ragazza aveva introdotto al pianoforte la serata, per creare un’atmosfera di raccoglimento e concentrazione, un’equilibrata regia aveva assicurato l’alternanza tra interventi in lingua tedesca ed italiana e ben 85 persone erano venute, nel dopo-cena dell’ultimo sabato di carnevale per assistere senza chiacchiericcio dall’inizio alla fine, impegnando il circolo promotore a stabilire i necessari contatti per dare un seguito alla riunione.

L’incontro che vi sto raccontando mi ha riconfermato alcune idee intorno a come si potrebbe agire per dare vita e significato ad incontri e riunioni altrimenti troppo spesso meramente rituali ed espressione di uno stile politico ormai morto e putrefatto. In particolare mi è piaciuto che al “parlato” si sia affiancata anche la musica (creata li, non riprodotta in scatola); che al posto di altisonanti “esperti”, magari noti dai giornali o dalla TV, si sia preferito ricorrere a tutte le risorse locali possibili; che si sia cercata una veracità di testimonianza piuttosto che il consueto scambio di posizioni precotte; che l’intero incontro abbia avuto carattere di “evento”, non di routine, preparato prima e seguito dopo da attività, e che al tempo stesso sia stato pensato ed organizzato per la cittadinanza, non per i già informati o già simpatizzanti. Insomma: qualcosa di non sforzato ed artificiale, che ha dato la consapevolezza di partecipare ad un momento creativo e non semplicemente riproduttivo, con un reale incrocio tra esperienze, più che tra “posizioni”. Per il pubblico era normale limitarsi a domande piuttosto che esibirsi negli inevitabili “interventi” che di solito vedono esibirsi soprattutto i “mancati relatori”. Sara un caso che incontri cosi mi capitino, abbastanza di frequente, soprattutto alla “periferia” del sedicente dibattito politico, in posti abbastanza piccoli o comunque in contesti meno contaminati dal teatrino politico (anche alternativo o di opposizione)? Sara un caso che coloro che non vedono al di la della propria cultura politica tradizionale (magari fatta persino da “Samarcanda” e “Cuore”, oltreché da “Micromega” e “Repubblica”), tendono ad ignorare questa ricchissima “periferia” che sviluppa, a loro insaputa, una vitalità originale e preziosa?

Note

[1] Tratto da Senza confine del 4 aprile 1992, ripubblicato in Alexander Langer, il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995 (Sellerio) e ripubblicato per Chiarelettere nell’Instant Book Non per il potere (2012).

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