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Alexander Langer a Barbiana – #AlexLanger

A vent’anni dalla morte di Alexander Langer proponiamo un estratto da un articolo dell’intellettuale altoatesino pubblicato dalla rivista Azione nonviolenta nel 1987. Questo contributo va ad inserirsi in un approfondimento interamente dedicato a lui.

Alexander Langer è stato un atipico intellettuale di frontiera, sempre pronto a esercitare le proprie capacità critiche sulla accettazione passiva di stereotipi e luoghi comuni: un uomo “in guerra contro se stesso” come lo ha definito Pino Corrias, sottolineando la sua capacità di mettere in discussione continuamente ogni dogma o certezza, nonostante la cultura cristiana nella quale si è formato e ha vissuto. È stato un giornalista, un’attivista per la pace, un insegnante, un politico e uno studioso; i suoi ultimi sforzi furono concentrati sul conflitto in Bosnia Erzegovina iniziato nell’aprile del 1992 e concluso a dicembre del 1995. Langer non vide la fine di quel conflitto poiché decise di interrompere la sua vita il 3 luglio 1995. A vent’anni di distanza, il contesto sociale e politico in cui ha scritto e agito è diventato quello della galoppante avanzata di una vecchia-nuova antilingua, la medesima che scrive “riforme” e riscrive le fondamenta della Costituzione, dal lavoro al welfare, e dal Senato alla scuola. In continuità con il nostro lavoro culturale ai tempi della malaria inauguriamo oggi, con un estratto da un suo articolo del 1987, una serie di riflessioni a partire da e con Langer. Speriamo che un approfondimento di questo tipo possa aggiungere un tassello utile alla comprensione del politico contemporaneo, all’imporsi di questa antilingua.

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Quando ero studente all’Università di Firenze, scoppiò in quella città la polemica tra don Lorenzo Milani (esiliato a Barbiana, dall’arcivescovo Florit) ed i cappellani militari, capeggiati da un profugo istriano che si diceva essere vicino al MSI. I preti con le stellette avevano definito “viltà” l’obiezione di coscienza, allora punita senz’altro con il carcere, ed avevano approfittato se ricordo bene dell’anniversario del Concordato lateranense tra Fascismo e Vaticano per riconfermare la loro vocazione statalista, patriottica e di appoggio alle gerarchie militari. Don Lorenzo Milani aveva risposto a loro su “Rinascita”, guadagnandosi insieme al direttore responsabile della rivista comunista un processo.

Personalmente ero fortemente tentato dall’idea dell’obiezione di coscienza, ed al tempo stesso spaventato dal rischio carcerario che essa avrebbe comportato: per intanto avevo risolto il problema con il rinvio per motivi di studio. Ovviamente il “caso don Milani” e la sua presa di posizione sull’obbedienza che non era più una virtù mi colpivano profondamente ed esprimevano una posizione morale ed esistenziale in cui anch’io mi riconoscevo. Volevo sapere di più su don Lorenzo Milani, e venni informato di un suo libro uscito qualche anno prima e tolto dalla circolazione per disposizione dell’autorità ecclesiastica […]. Mi feci dire il modo di procurarmi quel “samizdat”: bisognava andare alla Libreria Editrice Fiorentina, in via Ricasoli, individuare un certo libraio e dirgli con sguardo complice: “sono uno dei ragazzi di don Lorenzo e dovrei prendermi il suo libro”; cosi feci, dopo di che ricevetti regolarmente una copia di Esperienze pastorali, tolta dall’armadietto dei veleni.

Era per me un libro di difficile lettura, perché fortemente ancorato – anche nel linguaggio – alla realtà toscana, dove per esempio gli operai godevano di un prestigio sociale infinitamente superiore a quello dei contadini: tutto il contrario del Sudtirolo, e quindi per me quasi incomprensibile, come molte delle parole usate nel libro (“i pigionali”, per esempio). Ma avevo capito una cosa determinante: che don Lorenzo Milani aveva deciso di voler parlare “ai poveri” e che per poterlo fare doveva prima “dare loro la parola”: cosi aveva deciso di fare scuola, come presupposto essenziale di evangelizzazione. Caduto in odore di filo-comunismo, era stato tolto dalla circolazione, come il suo libro: mandarlo a Barbiana, significava renderlo muto ed isolato. Con un amico andai a trovarlo, dopo lo scoppio della polemica sull’obiezione di coscienza. Ci ricevette nella sua canonica, rubando un po’ di tempo ai ragazzi ed alla scuola.

Due tra le cose da lui dette mi sono rimaste particolarmente impresse. “Dovete abbandonare l’Università. Voi non fate altro che aumentare la distanza che c’è tra noi e la grande massa della gente non istruita. Fate piuttosto qualcosa per colmare quella distanza. Portate gli altri al livello in cui voi vi trovate oggi, e poi tutti insieme si farà un passo avanti, e poi un altro ancora, e cosi via. Ma se voi continuate a correre, gli altri non vi raggiungeranno mai. So bene che potrete trovare altri anche preti! che vi diranno il contrario e che vi troveranno mille buone ragioni per continuare i vostri studi e per diventare dei bravi medici o giudici o scienziati al servizio del popolo. Ma in realtà sarete al servizio solo del vostro privilegio per curare le nostre malattie e per decidere le cause nei tribunali ci bastano i mercenari pagati, non c’è bisogno di voi”. (Non lasciammo l’Università. Ma demmo inizio ad un doposcuola a Vingone, presso Scandicci, basato sul volontariato di parecchi universitari, e frequentato prevalentemente da figli di immigrati meridionali).

[…]

Ad un certo punto don Milani aveva proibito l’accesso a Barbiana a tutti quelli che avessero un titolo di studio superiore alla terza media, a meno che non fossero chiamati esplicitamente da lui e per una funzione precisa (a me capitò solo una o due volte). Tra le rare eccezioni c’era un’anziana ebrea boema, laureata in matematica, sopravvissuta al periodo nazista grazie all’aiuto di amici toscani che l’avevano tenuta nascosta in montagna. Marianne Andre arrivava a Barbiana a piedi, con il suo zaino, e stava ad ascoltare in grande modestia, parlando solo quando veniva invitata ad esprimersi. Diventammo amici e scoprii che aveva conosciuto mio padre. Dopo la morte di don Milani decisi di tradurre Lettera a una professoressa in tedesco e di cercare un editore (che ho trovato in Wagenbach), associando a questa impresa in particolare per la revisione del testo tedesco anche Marianne Andre, che ne era molto felice.

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La ragione del suo privilegio a Barbiana aveva una spiegazione semplice: era una perseguitata, che già aveva perso tutti gli altri suoi privilegi legati alla sua istruzione e condizione sociale. Due cose mi avevano sempre incuriosito e non convinto in don Milani, ma non ho mai trovato il coraggio e l’occasione di chiedergliene ragione. Avevo tentato di chiederlo, dopo la sua morte, a sua madre (che era sopravvissuta a lui, e che non si e mai fatta battezzare), ma mi ero poi arrestato sulla soglia di queste due domande, che quindi rimangono senza risposta. Avrei voluto capire quale eredità don Milani aveva ricevuto e conservato dall’ebraismo, che lui aveva abbandonato per convertirsi ad un rigoroso cattolicesimo. Ed avrei voluto domandargli la ragione della sua (eccessiva, secondo me) fiducia nelle grandi aggregazioni (la chiesa, la DC, i comunisti, il sindacato…), e della sua diffidenza e forse disprezzo per le minoranze (i “filo-cinesi”, il Psiup di allora, gli “estremisti”, le minoranze laico-radicali…). Avevo capito che lui credeva molto nelle grandi culture popolari e nella necessità che le idee forti si facessero strada in modo non elitario tra le grandi masse. Ma ho sempre avuto il sospetto che questa impostazione facesse in qualche modo violenza alla sua stessa storia, tutta quanta: dalla sua origine, al suo cammino nella chiesa fiorentina, fino all’esilio di Barbiana ed a quell’ultima sua disperata attesa di un cenno di riconoscimento e di apprezzamento da parte del suo vescovo e persecutore, il cardinale Florit.

Forse la prima domanda riceve implicitamente risposta dalla seconda, e dalla legge formale della chiesa, vissuta con la tenacia del “popolo della legge” e con la caparbietà di un profeta che vuole indurre le corti ed i sommi sacerdoti a cambiare strada.

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Don Lorenzo Milani ci disse: dovete abbandonare l’università 1.6.1987, Da “Azione nonviolenta”, giugno 1987
Ripubblicato in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 2003.

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