Interviste

“Acqua di Colonia”. Intervista a Frosini Timpano

Pubblichiamo un’intervista a Elvira Frosini e Daniele Timpano, fondatori della compagnia Frosini Timpano, autori registi e attori dello spettacolo teatrale “Acqua di colonia”, che segue ad altri lavori teatrali tra cui “Dux in scatola”, “Aldo Morto” – Tragedia”, “Risorgimento pop”, “Zombitudine”.

Foto di Lucia Baldini.

Immaginiamo di prendere il sole in spiaggia. Siamo molto rilassati.
ELVIRA – Senti però, a pensarci bene, dai, il colonialismo non esiste.
DANIELE – È vero. Non esiste. Non è mai esistito. Forse qualcosa nel ’500, ’600, ’800, gli inglesi, i francesi, boh forse il Sudafrica, con l’apartheid, ma chissà adesso come si vive in Sudafrica…
ELVIRA – C’è il sole. (Pausa) Ma sì, il colonialismo non esiste, quello italiano poi. È roba vecchia, sì, mica possiamo rivangarla in eterno, cosa c’entra con noi, guardiamo avanti, guardiamo al mondo senza frontiere che abbiamo, che ce lo siamo meritato. Un mondo nuovo. Ecco. Immaginiamolo. Tutti insieme. Immaginiamo tutti insieme il nostro mondo. Immaginiamolo.
Pausa
ELVIRA – Immaginato? Fatto?

E. Frosini, D. Timpano, Acqua di colonia, Cue press, Imola-Bologna, 2016

 

Giulia Romanin Jacur: La compagnia Frosini Timpano. Da quanto lavorate insieme e come è nata la vostra collaborazione artistica?

Daniele Timpano: La compagnia è composta da Elvira, me e alcuni altri collaboratori. Elvira e io veniamo da due percorsi diversi: Elvira ha una formazione inizialmente più legata alla danza e poi successivamente teatrale. La sua compagnia si chiamava Kataklisma ed era legata al teatro-danza, lo studio era concentrato sulla consapevolezza del corpo e dello spazio. I nostri percorsi si incontrano nel 2008 e nel 2009 dalla nostra collaborazione va in scena Sì l’ammore no, che ora sembra quasi uno spettacolo profetico: infatti nel finale di questo lavoro c’è un montaggio in audio di varie canzoni d’amore italiane su un basso continuo della canzone Faccetta nera. Nel 2012, con Zombitudine, nasce ufficialmente la compagnia Frosini Timpano. Siamo una compagnia teatrale indipendente di Roma. Acqua di colonia è una coproduzione di Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse e Accademia degli artefatti. Nel 2008 eravamo già stati a Siena[*] e siamo tornati al Teatro dei Rozzi grazie a Straligut, che ha accolto il nostro spettacolo in questo bel teatro.

Foto di Laila Pozzo.

G.R.J.: Perché portare a spasso per l’Italia uno spettacolo sul colonialismo oggi?

Elvira Frosini: Parlando della storia passata nel nostro Paese vogliamo parlare di oggi. Questa parte della nostra storia, quella dell’epoca coloniale italiana, costituisce un vero e proprio rimosso della nostra coscienza nazionale, ma la nostra identità odierna è fatta anche del nostro passato storico e di come ci è stato tramandato, di come si è stratificato nel nostro pensiero. Siamo, oggi più che mai, alle prese con il nostro smarrimento, le nostre paure e i nostri sensi di colpa di fronte alle migrazioni. Non c’è una relazione deterministica di causa-effetto tra colonialismo storico, flussi migratori e terrorismo odierni – una lettura estremamente semplicistica di cui parliamo anche nello spettacolo – ma c’è senz’altro una relazione complessa, sia con la nostra breve storia coloniale che con quella dei grandi imperi europei. Nel lavoro mettiamo in evidenza il fatto che esiste una relazione intercorsa nel passato fra noi e loro, una relazione fra le nostre storie. I migranti che arrivano hanno alle spalle delle relazioni storiche dei loro Paesi di provenienza con i Paesi in cui cercano di migrare. Senza voler generalizzare, nel caso dell’Italia, la relazione passata fra gli italiani e i migranti provenienti da ex colonie italiane, ad esempio, è ignorata dagli italiani: si tratta di un vuoto storico, una rimozione storica e culturale. Si tratta dunque di un rapporto sbilanciato.

G. R.: Acqua di Colonia ha debuttato un anno fa, novembre 2016. Come avete costruito lo spettacolo e come è avvenuto il reperimento dei materiali?

E. F.: Ci sono voluti un paio di anni di studio storico e storiografico, accompagnati dalla lettura di romanzi, visione di film, ascolto di canzoni. L’emergere delle idee per lo spettacolo è racchiuso in Zibaldino africano – la prima parte – in cui i nostri due personaggi inscenano proprio il loro voler costruire uno spettacolo che abbia come tema centrale il colonialismo. Prendiamo la canzone Topolino in Abissinia di Ferdinando Crivelli, per esempio: siamo partiti dalla canzone per poi metterla in carne e ossa. Ma non tutti i materiali chiaramente provengono dalla documentazione storica: lo sketch di Stanlio e Ollio, come tanti altri, è nostro. Stanlio e Ollio tra l’altro fanno da buffo contraltare a quei due personaggi iniziali – giovani qualunque, finti radical chic con le Birkenstock, facenti parte dell’élite pseudo-intellettuale – e chiudono così lo spettacolo: Stanlio e Ollio che hanno gli incùbi sul colonialismo e tutte le immagini che abbiamo evocato.

G.R.J.: Che risposta vi sembra di aver raccolto dal pubblico in questi mesi?

E. F.: Lo spettacolo, che ha debuttato proprio un anno fa, sta girando molto e abbiamo riscontrato una buona risposta dal pubblico. Più di una persona, rispetto alle notizie storiche, ci ha detto: «Oddio, non credevo di essere così ignorante sul colonialismo italiano», oppure riguardo ai luoghi comuni molti ammettono di averli in testa, anche inconsapevolmente. Una signora di Torino sulla settantina, sentendo Banane gialle, una canzone degli anni Trenta che parla di una venditrice di banane somala, ci ha detto che si è ricordata che sua madre la cantava. Si tratta di ricordi che emergono anche in maniera confusa. In fondo, si parla di 500.000 soldati italiani che sono stati a combattere in Africa; è evidente che una buona parte di noi ha avuto parenti (ormai possiamo dire avi) che hanno combattuto lì.

G.R.J.: In tutta la prima parte dello spettacolo c’è una presenza di questo personaggio sul palco, una presenza esterna: è a sua volta uno spettatore e ha un effetto straniante sul pubblico, è una scelta registica che ho trovato molto efficace. Qual è il rapporto che si instaura sul palco con questa figura?

E.F.: È andata così: abbiamo chiesto a Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala a cui abbiamo chiesto una consulenza, ha assistito a varie prove; da lì è venuta l’idea che ci fosse una ospite nera e afrodiscendente sulla scena, che facesse da spettatrice. Questa figura rimane sul palco per tutta la prima parte dello spettacolo, mentre nella seconda parte il posto dell’ospite viene occupato da uno scimmiotto di peluche, che prenderà infine la parola con una voice-off attraverso la voce di Sandro Lombardi. L’ospite in scena non è un’attrice, di solito è donna ma alcune volte può essere un uomo, ed è una persona che cerchiamo di volta in volta nella città in cui rappresentiamo lo spettacolo. Ogni sera abbiamo un ospite diverso, che non conosce lo spettacolo e lo ascolta per la prima volta.

Abbiamo sentito la necessità di mettere in scena questa presenza ignorata dagli attori, che non parla, o meglio, alla quale non viene data la parola. È una presenza certamente disturbante per lo spettatore, e anche per noi. Fa un certo effetto al pubblico dire cose terribili davanti a un nero. Per noi è l’immagine del rapporto sbilanciato che abbiamo con l’altro, con il nero, di cui parliamo, male o bene, ma di cui non sentiamo il bisogno di ascoltare la voce. Resta il fatto che questa presenza muta rimane a lungo nella testa dello spettatore, con il suo carico di domande, imbarazzo, sensi di colpa, curiosità di ascoltarne la voce.

Foto di Laila Pozzo.

G.R.J.: L’elemento pop – quindi l’irrompere del quotidiano, della cronaca – e l’ironia – la presa di distanza da quello che commentate, raccontate, recitate – sono elementi che contraddistinguono a mio avviso il vostro spettacolo e sono più in generale una vostra cifra stilistica. Cosa ne pensate?

D.T.: L’ironia è per noi una lente per guardare il mondo e per oggettivizzare le cose. Ci permette di rompere alcuni meccanismi che andrebbero altrimenti in automatico. Riguardo ai materiali, che siano “pop” o meno, ci interessa come tra noi e la Storia si frappongano le infinite cortine fumogene delle interpretazioni, racconti, rimozioni e strumentalizzazioni di parte, costruzione di miti e icone. Insomma, come ce la raccontiamo, come ci viene raccontata e come ce ne dimentichiamo volentieri quando ci fa comodo. Gli elementi “pop” sono fonti storiche al pari delle altre e ci interessano in quanto collocati storicamente, oltre che per il loro effetto di immediata riconoscibilità per il pubblico. “Pop” di per sé non significa niente. Se c’è del “pop”, c’è nel mondo in cui viviamo, come diaframma che si interpone tra noi e la realtà, come prigionia nell’immaginario di una società. Il “popolo” è una nostalgia e una costruzione mitica e letteraria. Dobbiamo accontentarci del “pop”.

G.R.J.: Da Risorgimento Pop o Dux in scatola ad Aldo Morto, fino ad approdare a Acqua di Colonia, emerge il lavoro di ricerca nel passato/presente della storia italiana. Cosa vi spinge a focalizzare parte del vostro lavoro in questa direzione?

D.T.: Un po’ la volontà, un po’ casualità progressive. All’origine, come spesso succede, c’è un dettaglio. Per esempio per Dux in scatola, nel 2005, oltre ad alcune letture che mi hanno colpito, c’è stata la vicenda del cadavere di Mussolini che sembrava funzionale a dire qualcosa sul presente. In quel caso parlare di storia mi è servito anche a precisare la mia posizione rispetto ad altri artisti, come ad esempio Celestini, Paolini, Baliani, e al cosiddetto teatro di narrazione. La mia, la nostra, posizione è decisamente agli antipodi del teatro di narrazione: scegliamo di smontare le retoriche di ogni tesi anziché affermare la nostra, e proseguiamo per salti logici che, volutamente, vanificano la possibilità di rintracciare una singola, univoca versione della storia. Parlare della nostra storia ha a che vedere con la nostra identità, con la nostra storia personale. I pensieri che abbiamo in testa derivano da cose che abbiamo letto, canzoni che abbiamo conosciuto. La storia è certamente uno dei due poli attorno ai quali si concentrano i nostri spettacoli; l’altro polo è costituito dal presente. La riflessione sulla realtà verso cui non siamo pacificati. Questo è un tema centrale nello spettacolo Zombitudine, dove gli zombi sono la metafora della nostra condizione nel presente, in cui ambiguamente la possibilità di essere un morto vivente diventa migliore rispetto all’essere morti e basta.

[*] NdR: L’intervista è stata fatta in occasione dello spettacolo Acqua di Colonia presso il Teatro dei Rozzi, Siena, il 21 ottobre 2017.

Foto di Laila Pozzo.

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