In collaborazione / Voci di fonte

A tappa conclusa: intervista a Balletto civile

di Francesca Montanino e Vincenzo Idone Cassone

Arrivare alla fine di un lungo progetto, come questo ciclo di Performance Creole, lascia tanti interrogativi quanti ne ha aperti durante il suo percorso: questa tappa italiana tutta particolare ha vissuto di forze e spinte importanti e contraddittorie. Da una parte la necessità di mettere in mostra tutto, di creare una tappa finale in un luogo che fosse altro da quelli di origine; di riportare tutto al museo, presentarlo come un progetto “scientifico; dall’altra quella di riuscire, dopo tante esperienze, ad affrontare la creolizzazione anche del conosciuto, del massimamente vicino, nella tappa italiana. Tutto questo racchiuso da quel Lavoro che diventa sempre più equivalente di una fatica totale, fino all’ultimo, per portare avanti lo spettacolo e come necessario punto di incontro/scontro, solo da cui nasce l’alienazione/straniamento che si ribalta in Libertà, sotto l’ALA dell’azione dei singoli e della loro comunione. Ma su questo aspettiamo soltanto i vostri commenti.

Intanto, abbiamo intervistato i Ragazzi di Balletto civile, nelle persone di Michela Lucenti, Maurizio Camilli, Ambra Chiarello ed Emanuela Serra; direttori artistici e attori all’interno del progetto Creole Performance Cycle, in scena pochi giorni fa al Santa Maria della Scala (e di cui abbiamo parlato qui). Abbiamo così potuto chiedere le loro impressioni a progetto “concluso”…

Questa tappa italiana per sua stessa natura è un po’ diversa da quella che è la natura del progetto: in questo caso a creolizzarsi è un gruppo di italiani, persone con stessa formazione culturale, stessa lingua, si doveva cercare un modo per riflettere sulla creolizzazione, per rimanere all’interno dell’idea del progetto in questa particolarità. Cosa avete pensato?
Il piano lì si sposta sostanzialmente su un livello umano, perché il negoziato avviene sulla base di una relazione diversa: la differenza con le altre tappe è che anche solo arrivare al punto della relazione richiedeva del tempo, all’inizio era empatica, fisica, raggiungerla era già un prodotto di questa creolizzazione. Mentre qui la comprensione avviene fin da subito, e quindi il discorso al contrario è avvenuto per allontanamento; abbiamo creato una operazione in cui la riflessione artistica è stata più alta rispetto di altri luoghi, ne abbiamo potuto parlare in maniera più compiuta. Così è avvenuta una specie di negoziato, di tentativo di creare un linguaggio altro attraverso l’oggetto artistico, proprio perché il linguaggio “partiva”. Automaticamente.

Due ulteriori aspetti interessanti: in questo caso, provenendo da formazioni completamente diverse, e addirittura da gente che non aveva mai fatto parte del palco, il palco diviene davvero terreno di negoziazione e, non meno importante, il fatto che la lingua sia stata sostituita da altro: il linguaggio musicale e fisico sono stati assolutamente al centro: qui la lingua è stata eliminata totalmente.
Era una cosa necessaria; nelle altre tappe avevamo la necessità di non passare attraverso l’inglese (che usavamo per capirci tra noi, ma sul campo abbiamo sempre tentato di eliminare), in questo senso avevamo deciso a priori di scartare la lingua italiana, perché in quel modo si tornava in maniera più ferina a potersi confrontare con qualcosa di “primario”.

Se dovessimo parlare delle difficoltà/barriere incontrate, direi che la prima di tutte è stata questa Corsa…
Questo è stato il punto vero, abbiamo raggiunto questo risultato solo perché era la tappa italiana, non ci saremmo riusciti altrove. A differenza delle altre tappe, dove i 15 giorni sono stati effettivi, qui anche passando quindici giorni insieme, sul palco saranno stati la metà. E si doveva lavorare comunque a tutti gli spettacoli insieme: nelle nostre teste è avvenuto poi un cortocircuito da arcipelago folle, mentre lavoravi con gli italiani arrivavano gli ungheresi… Ecco, Io insisto molto su questo aspetto, quello che ti rende una persona disponibile e pronta anche a cambiare assolutamente in corsa quello che sei, in maniera libera e aperta, è quello di sapere il punto in cui sei tu. Le vere barriere ci sono quando non si ha ben chiaro il punto in cui si è, e come prima cosa lo si difende. Le barriere si eliminano (come stato interiore) quando si capisce dove si è e cosa si può portare agli altri. I ragazzi italiani sono molto “tranquilli” da questo punto di vista, sanno dove sono.

Un brevissimo focus su queste cinque tappe. Come avete vissuto questa corsa all’ultimo qui, in questo spazio in cui tutte le tappe si sono riunite, alcune monche, alcune semiambulanti e così via?
Da una parte male, per le fatiche, le difficoltà e tutto insomma quanto c’è di male e non funziona in ogni spettacolo. Questo museo porta una grande poesia, ma anche una totale spersonalizzazione. Una parte come la Polonia, che aveva un aspetto molto intimo, qui è allo sbaraglio, ma sono molto d’accordo con Gianni [Berardino n.d.r], che ha insistito sostenendo che vedere tutto insieme ha un senso di ritorno, un boomerang molto importante. E ne sono contenta.

Mi chiedo se ciò che è accaduto con questo spaesamento/spiazzamento al Santa Maria, questo contenitore che decontestualizza le tappe e le virgoletta, non faccia del pubblico italiano lo spettatore di una sorta di sintesi, laddove in ogni tappa il pubblico locale era invece parte del processo.
Naturalmente. L’esempio della Francia è proprio quello di una performance totalmente basata sul territorio: per esperimenti come questi non so se il pubblico si trovi di fronte una sintesi, forse ha solo una confusione… Naturalmente la tappa italiana non ha di questi problemi perché è la performance è nata qui; e credo che le tappe ungheresi e romene, per l’oggetto e la professionalità di coloro che li hanno fatti, non risentano particolarmente di questo spiazzamento. Queste performance sono piuttosto compiute, naturalmente hanno bisogno di una calibrazione/aggiustamento, ma possono comunque essere esportate. Certo non è che in quei luoghi abbiamo voluto fare lo spettacolo e in altri posti no, semplicemente non sempre ciò è stato possibile.

Vorrei che ognuno di voi trovasse un’immagine che possa riassumere più di altre questo intero anno di percorso.
Maurizio: Io ho un’ immagine legata al quinto giorno, di grande difficoltà, in Ungheria; essendo loro attori e non danzatori, rispetto alle nostre proposte c’era sempre l’impossibilità di far diventare ciò che facevamo qualcosa di teatrale, rimaneva un esercizio. Ad un certo punto in una coreografia io ho detto a Michela: «ora salto dentro» e da quello è nato una improvvisazione lunghissima e furiosa, che aveva davvero a che fare con la creolizzazione; è veramente è successo qualcosa nel processo, da quel momento tutto è diventato diverso. Serviva un detonatore per far scattare il tutto.

Ambra: Io ho un’immagine legata all’Ungheria, l’unica tappa a cui ho partecipato, in questo bar molto ungherese, con panini – mezze baguette, in cui discutiamo per la prima volta della generazione, e ognuno racconta dei propri eventi personali degli ultimi dieci anni … secondo me lo spettacolo è nato dopo quella discussione.

Emanuela: La cosa che mi è rimasta più impressa sono le facce in Romania: queste facce vissutissime, anche se sono giovani, non come in Polonia dove le facce sono consumate ma antiche; sono proprio “sfasciati”, danno l’immagine di bar pieni di fumo dove stavamo a parlare tantissimo: più che un’immagine la mia è una sensazione. Poi, per me che l’ho costruita quella tappa, una disattesa forte è stato il non poterla concludere; rispetto al processo fatto in Romania qui non viene assolutamente fuori quello che cercavamo di mostrare: senza gli attori rumeni la tappa è disattesa… in realtà, si è verificato proprio quello di cui parliamo nella performance: i rumeni sono lavoratori dello spettacolo in un sistema economico e culturale che non ammette deroghe. Venire in Italia avrebbe significato non ottemperare agli accordi con il loro teatro, e non se lo potevano permettere. Paradossalmente si è chiuso il cerchio: la pedana vuota con la teoria senza la pratica, perché per guadagnare la pratica deve essere fatta da un’altra parte….forse più avanti capirò che il culmine è stato proprio questo.

Michela: Un’altra immagine importante, è stata durante la tappa italiana, nel momento in cui abbiamo detto che ci saremmo vestiti come operai; un momento di tenerezza quando Marco ha portato questi costumi. E ho visto questi italiani, noi, vestiti come icone dell’“italiano pizzaiolo”, ho provato una tenerezza, quasi una pena di noi stessi. Ormai sono tanti i gruppi di italiani che fanno questi progetti europei, parlano inglese in maniera impeccabile, se non fosse per il cognome non li riconosceresti; mentre noi andavamo in scena vestiti da panettieri … pizza e mandolino: “brutto”, ma davvero tenero.

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