400 ISO / Incontrotesto

400ISO – #Fortini: Memorie per dopo domani

Le fotografie provengono dall’Archivio Fortini, promotore insieme alla Regione toscana e all’Istituto Storico per la Resistenza di Siena, della rassegna dedicata a Franco Fortini Memorie per dopo domani, in occasione del ventennale dalla sua scomparsa, all’interno del quale si inserisce l’evento organizzato questo pomeriggio.

 




Pubblichiamo qui di seguito tre delle poesie che saranno lette, con l’accompagnamento musicale alla tastiera di Stefano Jacoviello, oggi pomeriggio – 29 novembre 2014 – a Siena presso la Biblioteca degli Intronati alle ore 16.30. Il progetto è a cura di Incontrotesto, Stefano Dal Bianco e Guido Mazzoni.

 

Agli amici, da Poesia ed errore(1957)

 

Si fa tardi. Vi vedo, veramente

eguali a me nel vizio di passione,

con i cappotti, le carte, le luci

delle salive, i capelli già fragili,

con le parole e gli ammicchi, eccitati

e depressi, sciupati e infanti, rauchi

per la conversazione ininterrotta,

come scendete questa valle grigia,

come la tramortita erba premete

dove la via si perde ormai e la luce.

Le voci odo lontane come i fili

del tramontano tra le pietre e i cavi…

Ogni parola che mi giunge è addio.

E allento il passo e voi seguo nel cuore,

uno qua, uno là, per la discesa.

 

 

Il comunismo (1958), da Una volta per sempre (1963)

 

Sempre sono stato comunista.

Ma giustamente gli altri comunisti

hanno sospettato di me. Ero comunista

troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi.

Giustamente non m’hanno riconosciuto.


La disciplina mia non potevano vederla.

Il mio centralismo pareva anarchia.

La mia autocritica negava la loro.

Non si può essere comunista speciale.

Pensarlo vuol dire non esserlo.


Così giustamente non m’hanno riconosciuto

i miei compagni. Servo del capitale

io, come loro. Più, anzi: perché lo dimenticavo.

E lavoravano essi, mentre io il mio piacere cercavo.

Anche per questo sempre ero comunista.


Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi

di questo mondo sempre volevo la fine.

Ma la mia fine anche. E anche questo, più questo,

li allontanava da me. Non li aiutava la mia speranza.

Il mio centralismo pareva anarchia.


Com’è chi per sé vuole più verità

per essere agli altri più vero e perché gli altri

siano lui stesso, così sono vissuto e muoio.

Sempre dunque sono stato comunista.

Di questo mondo sempre volevo la fine.


Vivo, ho vissuto abbastanza per vedere

da scienza orrenda percossi i compagni che m’hanno piagato.

Ma dite: lo sapevate che ero dei vostri, voi, no?

Per questo mi odiavate? Oh, la mia verità è necessaria,

dissolta in tempo e aria, cuori più attenti a educare.

 

 

Le piccole piante, da Composita solvantur (1994)

 

Le piccole piante mi vengono incontro e mi dicono:

«Tu, lo sappiamo, nulla puoi fare per noi.

Ma se vorrai entreremo nella tua stanza,

rami e radici fra le carte avranno scampo».



Ho detto di sì a quella loro domanda

e il gregge di foglie ora è qui che mi guarda.

Con le foreste riposerò e le erbe sfinite,

vinte innumerabili armate che mi difendono.

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